Werner Bischof – uno sguardo neorealista

Venerdì 20 settembre, a Torino presso Palazzo Reale, è stata inaugurata la personale del fotografo Werner Bischof. Se questo nome non vi dice nulla, procuratevi immediatamente un libro di storia di fotografia o aprite Wikipedia. Vi siete persi immagini di un’uomo che vedeva oltre.

A tutto si può rimediare, fortunatamente.

Warner Bischof (1916-1954) nasce a Zurigo, dove cresce, studia e si lascia guidare dal suo mentore Alfred Williman, tanto da aprire il proprio studio fotografico proprio sopra quello del suo insegnate (immaginiamo, al giorno d’oggi, aprire uno studio fotografico al fianco di un’altro, il cui proprietario ha stampato tutte le nostre foto, da infanti, fino a quella della laurea. Perchè non riesco a vedere un rapporto idilliaco come quello tra Warner ed Alfred?)

Sono gli anni dei primi esperimenti, delle foto commerciali dalle quali, in futuro si allontanerà.
Parte per Parigi, il suo sogno è fare il pittore, ma la guerra cancella colori e pennelli, riportandolo in Svizzera, verso la fotografia.

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1945 la rivista Du gli offre un visto per girare l’Europa ed inizia la sua documentazione postbellica. Passa la Germania, la Francia, Lussemburgo, Belgio, Olanda, l’Italia, dove conoscerà la sua futura moglie Rosellina Mandel, l’Ungheria, la Romania, Cecoslovacchia, Finlandia per concludere il suo pellegrinaggio in Norvegia. Lo sguardo di Bischof è volto alle persone, soprattutto ai bambini, colpito dalla loro innocenza, vittime bianche della guerra. L’uomo nella sua dimensione esistenziale è protagonista dei suoi scatti.

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1949 entra a far parte dell’agenzia Magnum, diventando un fotoreporter.
Il suo modo di fare reportage si allontana dagli stilemi classici, a cui i lettori di Life erano abituati. La sua documentazione non è chiassosa, esasperata, non è assetato di sollevare scandali. Le sue foto ricercano la profondità dei fenomeni e riescono a sensibilizzare il mondo. E’ il caso del suo viaggio in India, nel 1951, dove passerà sei mesi.
Il governo indiano lo vede come personaggio scomodo, lui vaga per la città, le vie, mostrandosi alla gente comune, senza invaderla, documentando la miserrime condizioni di vita di quel popolo.

“[…] Tu non capisci una cosa, caro papà, cioè che io faccio questi viaggi non per il desiderio di nuove sensazioni, ma per un cambiamento completo della mia personalità […]

Nello stesso anno si reca in Giappone, per realizzare un reportage sulla guerra in Corea. Vi rimarrà un anno.
Il Sol Levante lo affascina nel profondo (solo un insensibile potrebbe non rimanere affascinato da questa terra). Del Giappone coglie i suoi aspetti più zen, il suo essere elegantemente immobile, la sua sottile incomunicabilità, un mondo fluttuante che si sta occidentalizzando.

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Raggiunge l’Indocina via Hong Kong, dove sarà corrispondente per tre mesi per Paris Match.

“Adesso sono diventato reporter, parola che ho sempre profondamente odiato. Penso che la concentrazione che mettevo nel mio materiale adesso si è spostata sull’aspetto umano, che è molto più complicato perchè non lo si può pianificare”

Nel 1953 progetta un viaggio verso l’America. Per quattro mesi viaggia insieme alla moglie per documentare la costruzione di nuove autostrade negli Stati Uniti. Nel 1954 vola, da solo, verso Panama, Santiago del Cile e Lima. Fotografa la quotidianità, la vita della gente, lavoro che poco interessa alle testate giornalistiche.

“Davvero io non sono un fotogiornalista. Purtroppo non ho alcun potere contro questi grandi giornali, non posso nulla, è come se prostituissi il mio lavoro e ne ho davvero abbastanza. Nel profondo del mio cuore io sono sempre, e sempre sarò, un artista”.

La macchina che lo stava conducendo verso una miniera in alta quota precipita, per 4000 metri di altitudine nel vuoto, ponendo fine alla vita di un reporter  scomodo, lasciando una moglie, il figlio Marco e un bambino che sarebbe nato da li a poco. Il figlio Marco, definisce la vita del padre “avventurosa”, artista a tutto tondo, non solo fotografo. Sono conservati i quaderni dove era solito prendere appunti, fare schizzi, disegni, piccole opere tascabili, ricordi, frammenti.
Toccante è la risposta di Marco alla domanda relativa al rapporto con suo padre:

“Una volta ho calcolato che in tutto l’avrò visto sì e no sei mesi. Mi dicevano che lui era dagli Indios e io mi ero fatto di lui un’immagine avventurosa. Dai suoi viaggi mi mandava lettere e disegni bellissimi. Poi è morto, ma per me continuava a essere dagli Indios. Quando avevo circa sette anni ho conosciuto Renè Burri, a quel punto era come se avessi acuto due padri, uno accanto a me e uno lontano, in Perù che avevo voglia di andare a cercare. Mia madre, scomparsa nel 1986, mi ha sempre raccontato che quando ero piccolo, allora abitavamo a Leimbach, nei pressi di Zurigo, ero sparito di casa. Mi hanno ritrovato alla stazione, volevo andare a Parigi, dove c’era la Magnum, forse là avrei potuto trovare mio padre”

[Letture e citazioni tratte da Warner Bischof – SilvanaEditoriale]

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