Dimmi come ti rifletti

La nostra immagine riflessa nasconde e rivela un’io che abitiamo e conosciamo, spettro reale e veritiero della nostra esistenza. L’autoritratto affascina, seduce, cela, mostra, indaga. In una semplice immagine mostriamo noi stessi o ci mimetizziamo con oggetti e suppellettili che raccontano una parte del nostro viaggio.
Nell’autoritratto non vediamo mai il fotografo, che ritrae, ma soltanto la sua raffigurazione, ed essa conferisce sia autorità a se stessa che alla propria arte.

Lotte Jacobi

Lotte Jacobi si ritrae con il pulsante per lo scatto a distanza, cordone ombelicale dal mezzo che le dona vita, ma l’immagine è riflessa allo specchio, pensiero che si ripete duplicandosi.

Germaine Krull

Germaine Krull occulta il proprio viso e il nostro sguardo. Sottolinea che, al centro della sua opera d’arte, è la fotografia, con essa il suo occhio, il suo modo di vedere. L’apperecchio fotografico è esso stesso Germaine Krull, un corpo macchina, fatto di ingranaggi lenti, automatismi, e non la donna fatta di carne.

Diane Arbus

Capita che il corpo stesso entri a far parte del proprio autoritratto. Diane Arbus intreccia il proprio piacere narcisistico ed esibizionista del corpo femminile ad uno sguardo estraneo. Lo specchio non è perfettamente centrale, quasi ad indicare che aldilà di esso c’è dell’altro. La fotografa sceglie di raffigurarsi seguendo il linguaggio iconografico tradizionale: la donna deve piacere ad uno spettatore immaginario. In un’unico scatto la Arbus ricopre tre ruoli: quello dello spettatore, dell’oggetto osservato e della fruitrice che gode del proprio operato.

A volte si parla di mascherata, di messa in scena. Questa espressione era spiegata nel saggio Femminilità come mascherata di Joan Rivière, nel quale si avanzava la tesi che le donne di successo amavano vestirsi in maniera ultrafemminile per prevenire le paure dei loro colleghi maschi, un mascheramento di illusori attributi maschili. Questo concetto possiamo riportarlo anche in fotografia dove vengono seguiti, spesso, stereotipi di abbigliamento specifici (il barbone vestito male, con un cappotto cencioso ed un cappello di lana, quello della vamp con abito succinto e scollatura vertiginosa, ecc), di atteggiamenti gestuali, di posture del corpo. Ecco la mascherata che va in scena. La donna indossa sempre un ruolo, è un mettersi in mostra per essere percepita con un qualche significato riconosciuto dal contesto culturale, ma contemporaneamente è rimanere sconosciute.
Lee Miller si auto rappresenta come oggetto d’uso, imitando con il corpo e la postura le dive del suo tempo. Claude Cahum ci mostra un io truccato da pagliaccio, in duplice presenza.

Claude Cahun

Come dimenticare, infine, che il ritratto classico era considerato un inquietante annunciatore di morte? La fotografia lega a sé l’affermazione del rendere immortale un soggetto, e ribadisce, in ogni istante, che il nostro presente diventa passato. C’è chi come Meret Oppenheim ha condotto all’estremo questo significato, proponendo come autoritratto la radiografia del proprio cranio. Il gesto è ironico. Più si penetra in profondità nell’intimo dell’essere umano, si finisce per trovare soltanto ossa, mentre la verità essenziale della persona ritratta continua a sfuggire. Il cranio è traccia visuale per la Oppenheim: la sagoma dei munili, delle dita scheletriche, trasmettono vitalità.

Meret Oppenheim

E voi, che tipo di autoritratto fareste?

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