Eugene Smith, mondo d’ombra

A cosa serve una grande profondità di campo se non c’è un’adeguata profondità di sentimento?

Eugene Smith

William Eugene Smith nasce il 30 dicembre 1918 a Wichita, nel Kansas.
Il suo avvicinamento alla fotografia avviene in tenera età, grazie alle madre, amante della pellicola.
Vive un’esistenza “normale”; fino a quando un fatto tragico sconvolge la sua vita: il suicidio del padre durante gli anni del liceo.
Smith, da allora, comincia ad essere quasi ossessionato dalla macchina fotografica, ma grazie ad esso, riesce a superare la perdita.
Il suo talento è ben visibile fin da ragazzo, lavora per il giornale locale, nella rubrica sportiva, si iscrive ad una scuola specializzata in fotografia, ma la lascia dopo i primi sei mesi. Si trasferisce a New York dove comincia a collaborare con Newsweek, ma anche come freelancer, con New York Times, Harper’s Bazaar e Life.

The Second World War, Iwo Jima, Sticks and Stones

Soldier in Okinawa in 1945

Dying infant found by American soldier in Saipan Mountains

Il periodo con Life porta Smith nelle zone di guerra, nel Pacifico (Saipan, Okinawa, Iwo Jima), per terra, mare ed aria. La sua carriera venne interrotta nel 1945, durante l’invasione di Okinawa. Una granata compromise il suo volto e le sue mani seriamente. Dopo numerosi ricoveri ed interventi chirurgici, il desiderio di ritornare a scattare è forte, ma, questa volta, ciò che vuole trasmettere tramite le proprie immagini sono concetti come la speranza, le gioia, la coscienza sociale.

“Il giorno in cui ho provato per la prima volta a fare una fotografia, riuscivo a stento a caricare il rullino nella macchina fotografica. Eppure ero deciso che la prima fotografia sarebbe stata un contrasto tra le fotografie di guerra ed avrebbe parlato dell’affermazione della vita”

The walk to paradise garden

Viene “alla luce” l’immagine di due bambini, i suoi figli, che emergono da una foresta oscura, “The walk to Paradise Garden”. In questo periodo Smith produce lavori come Country Doctor, Nurse Midwife, The Spanish Village. Smith si immerge completamente e totalmente nella vita dei propri soggetti, un approccio del tutto nuovo per i tempi. Life pubblica molti di questi lavori, anche se non riesce del tutto a capire ed appoggiare il suo metodo fotogiornalistico. Le tensioni divennero tali da spingere Smith a lasciare Life, per abbracciare Magnum, la quale appoggiava e sosteneva totalmente la sua visione fotogiornalistica.

Serie “Country Doctor”

Serie “Country Doctor”

Serie “Country Doctor”

Smith continua a produrre immagini d’autore, supportato anche dalle borse di studio Guggenheim. Uno dei suoi progetti più titanici, riguarda la città di Pittsburgh. Vennero realizzate 11 mila immagini fotografiche, ma nessuna di esse vide la luce, provando scompiglio all’interno di Magnum. Il progetto Pittsburgh lasciò fisicamente, mentalmente e finanziariamente Smith esausto.

Pittsburgh Photographs

Pittsburgh Essay, (Church)

Decide di lasciare Magnum e di trasferirsi a New York, dove produce una serie di immagini realizzate dalla propria finestra.

The Jazz Loft Project

 

821 Sixth Avenue in New York

1971 inizia il progetto Minimata, un piccolo villaggio di pescatori in Giappone finanziato da Hitachi. Le acque del villaggio erano ricche di mercurio, a causa dell’industrializzazione. Generazioni intere di persone portavano sul loro viso, i segni devastanti di quello scempio.

Tomoko Uemura in Her Bath

Aileen Mioko Smith co-authored with W. Eugene Smith

L’uomo riceve numerosi premi, viaggia per insegnare fotografia ed approda a Tucson, Arizona, nel 1977, per insegnare all’università. Un anno dopo, un ictus celebrale stronca la vita di Eugene Smith.

“Sono sempre combattuto con l’atteggiamento del giornalista, che è un registratore di fatti, e l’artista, che spesso è necessariamente contro i fatti. La mia principale preoccupazione è per l’onestà, soprattutto l’onestà con me stesso”

L’animo di Smith è sempre stato molto irrequieto, e questa sua tensione, era facilmente leggibile, nelle proprie immagini. Bianchi e neri netti, forti, dove la luce emerge a fatica, soffocata, ma allo stesso tempo intimi, come se noi spettatori stessimo lì, al suo fianco ad osservare la scena. Dopo l’incidente del 1945, Smith diventa sempre più dipendente da alchool ed anfetamine, la depressione, insieme a momenti di grandiosità si alternano come in una danza per tutta la sua vita.

Letture:  W. Eugene Smith, ed. Contrasto

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Margaret Bourke White, sguardo su un mondo nascosto

“Margaret, sei stata invitata a venire al mondo, di questo dovrai essere sempre fiera”

 

Ecco come comincia “Il mio ritratto”, la biografia di Margaret Bourke White (1904-1971), fotografa statunitense che può annoverare diversi traguardi tra cui: essere stato il primo straniero fotografo ammesso a scattare foto in Urss, la prima corrispondente donna e la prima donna fotografa del settimanale Life.

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Margaret si avvicinò alla fotografia intorno ai vent’anni, prima la sua più grande passione era la biologia. Da bambina, la madre le faceva trovare libri riguardanti gli argomenti naturali, le permetteva di allevare cento bruchi dentro una scatola sulla finestra, ed altre piccole gentilezze che fecero amare sempre di più le materie scientifiche. Non era una ragazza popolare a scuola, una di quella che non invitavi alle feste.

A 19 anni ci fu il suo riscatto, sposò un insegnante di ingegneria. Lui decise di forgiare il loro anello nuziale con delle pepite che avevano trovato in un negozio in città. Il giorno nella prova dell’anello, l’uomo, nel rendere l’oggetto perfetto lo ruppe, forse il destino stava dando un messaggio a Margaret, che lasciò il marito dopo 2 anni di matrimonio.

La fotografia arrivò inaspettata, con una vecchia macchina fotografica regalatale dalla madre, dal valore di 20$ con una lente incrinata. Non riuscendo a trovare un lavoro come cameriera o bibliotecaria, decide di vendere le fotografie del campus e quelle naturali scattate vicino al lago Cayuga (New York). Le sue foto erano apprezzate, anche se non del tutto capite, e finì per occuparsi delle copertine del giornale per gli exstudenti.

Margaret ha un dono per la fotografia di architettura, riuscendone a mostrare anche ai profani, la bellezza delle linee, dei giochi di ombre, dei pieni e dei vuoti.
La fotografia le stava dando molte più soddisfazioni di quante gliene avrebbe date la biologia. Ed era solo l’inizio.

Si trasferì a New York, con il suo portfolio fotografico, decisa a mostrarlo a tutti gli studi di architettura della città. Le venne suggerito il nome di York & Sawyer e quello di Benjamin Moskowitz. L’uomo inizialmente la ignorò, ma scorse con la coda dell’occhio, la prima fotografia che Margaret teneva in mano, la torre della biblioteca del campus. Le diede un lavoro.

fort peck dam

La carriera della Bourke era ormai avviata, la sua ricerca verso le strutture portanti della società la spinse verso quella industriale delle acciaierie. Le industrie non erano state create per essere belle, eppure, nelle loro linee semplici, squadrate, c’era bellezza: erano lo specchio di un’epoca, di una società, affascinanti e drammatiche.

wind tunnel construction, Ft. Peck, Montana

Dam at Fort Peck, Montana

Nell’estate del 1929, un telegramma, la invita a recarsi a New York, il mittente è Henry R.Luce del Time.
Insieme ad altri collaboratori vogliono realizzare un nuovo magazine legato al mondo dell’economia e dell’industria, il Fortune.

Margaret “si arrampica” a 250 metri di altezza per fotografare il nascente Chrysler building. Non ha paura a stare ad una tale altezza, forse memore dei giochi che la madre le faceva fare da bambina per affrontare le proprie paure, o forse seguendo i consigli imparati nelle acciaierie, dove anche se ti trovavi a 300 metri di altezza, dovevi fingere che fossero 3 metri, rilassandoti e lavorando con calma, poichè i problemi erano esattamente gli stessi.

Aerial view of a DC-4 passenger plane flying over midtown Manhattan

Questo era solo un “assaggio” di quanto ho potuto leggere di questa straordinaria fotografa e della sua vita, la sua biografia potete trovarla su Amazon.

Quanto vorrei leggere queste storie non solo su libri specializzati, ma anche in testi scolastici, o documentari televisivi. Quanto vorrei che queste personalità fossero di ispirazione e guida per tante altre persone. Mi sembra che troppo spesso diamo per scontato la straordinarietà di certe azioni,  come se non riuscissimo a considerare l’azione legata all’epoca in cui essa è stata fatta.
Se voi lettori, conoscete altre storie “straordinarie” oppure volete condividere con me nomi, curiosità su autori/trici fotografi/e, sarei lieta di leggere le vostre segnalazioni, per potermi documentare e magari scriverne una recensione.

 

Ritratto di signora

Nel marasma dei fotografi che hanno popolato, cambiato, sensibilizzato, confuso, informato, abbellito il mondo della fotografia, mi ritrovo a parlare della spesso della componente femminile che ha condiviso le stesse emozioni con i suoi colleghi maschi.

Sarà la vicinanza di cromosomi che mi conduce a rivolgere particolare attenzione al mondo delle fotografe ma, andando oltre, oggi vorrei parlare di donne viste dalle donne.

 

Potrei perdermi in un entropico numero di esempio per ogni soggetto che mi/vi viene in mente, ma non voglio essere un compendio o un bignami. Parlo di persone vere, di lavori svolti e se con le mie poche righe vi avrò incuriosito, sarà il vostro animo Ulissiano a condurre ricerche più approfondite al riguardo.

 

Roland Barthes, nella sua opera Camera chiara, ci spiega come il fascino che la fotografia emana consiste su una certezza di base: quello che è stato fotografato esisteva effettivamente nel momento dello scatto, la fotografia documenta una realtà storica. L’immagine attesta un dialogo tra l’esecutore il suo interlocutore. Questo fa nascere in noi emozioni, in questo modo sopravvive anche l’aspetto essenziale del modello, è l’eternarsi di un momento.

 

Questo duplice aspetto dell’immagine è particolarmente presente nel ritratto.

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Nel 1974 Annie Leibovitz fotografa sua madre, Marilyn. La donna, ad una prima visione, appare rilassata, distesa, con una certa dignità, ma andando oltre. Lo sguardo non è rivolto verso la figlia, gli occhi sono volti come ad osservare un tempo passato, vissuto in prima persona, che unisce e separa la genitrice da Annie. La madre ha conosciuto un mondo in cui la figlia non esisteva e, contemporaneamente, un mondo che lei non potrà conoscere

Questa fotografia acquisisce un significato profondo poiché fa riferimento alla realtà, lega il tempo tra le due donne, ma non solo: il volto della madre, ha lineamenti simili a quelli della figlia e questo modo la Leibovitz riscopre le proprie origini, la propria mortalità. Il volto della madre diventa così immortale.

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Nel 1929 Aenne Biermann fotografa sua figlia Helga. Lo sguardo lontano, una penna in mano. La bambina sembra perduta nei propri pensieri.

Ciò che la Biermann ha colto è un attimo sospeso. C’è una leggera tensione nell’immagine che occupa tutta l’inquadratura: il futuro di Helga non è ancora stato deciso, tutto può accadere.

Come nell’immagine della Leibovitz c’è una forte empatia tra soggetto ed esecutore, ma in questo caso, l’emozione trasmessa dagli occhi della bambina ci rivela una certa fragilità. E’ come se fosse stata immortalata l’innocenza e la speranza in Helga.

 

Quando, invece, sono fotografe che ritraggono altre fotografe?

Le esecutrici cercano di trasportare l’aspirazione artistica della collega nel proprio linguaggio visivo, una sorta di citazione e commento tra le due.

Mary Ellen Mark, nel suo ritratto a Diane Arbus, rispecchia in maniera impareggiabile questo atteggiamento. Entrambe erano accomunate dalla documentazione sociale. Nello scatto di Ellen Mark, Diane Arbus sembra uno dei suoi personaggi “disadattati”, emarginati. C’è una sproporzione tra testa e mani, rispetto al corpo, viene esaltata la deformazione. Lo sguardo della Arbus è diretto in camera, così come la donna amava ritrarre i propri soggetti. Il punto di vista cambia: l’intensità dello sguardo del soggetto fotografato è intenso, implicitamente Ellen Mark diventa “modella” di un’immaginaria fotografia della Arbus.

 

Il mondo della fotografia femminile è così eterogeneo e complesso che è impossibile raccogliere anche solo una parte in un post di un blog nel mare di internet. Ogni qualvolta mi ritrovo a leggere biografie, libri, citazioni di fotografe, cerco di immedesimarmi in loro, nella loro situazione sociale, emozionale, nel periodo storico in cui operarono. C’è così tanto da dire, e così poche notizie, mostre, monografie dedicate a chi, in qualche maniera, ha cambiato, sensibilizzato, confuso, informato, abbellito questo mondo.

Continuerò ad esplorare questo anfratto fotografico, e a scrivere di coloro le quali hanno reso una semplice domenica di ottobre un po’ più ricca.

 

 

Letture: Donne viste dalle donne – una storia illustrata delle donne fotografe da Julia Margaret Cameron a Vanessa Beecroft – Edizione Contrasto.

La camera chiara. Nota sulla fotografia – Barthes Roland – Edizione Einaudi

Il bello della guerra

Quanti hanno partecipato, almeno una volta, ad una mostra fotografica di reportage di guerra?
Quanti aspettano con ansia di vedere i risultati del World Press Photo e quanti ne sfogliano il catalogo nelle librerie?

Bene, se entrate in questa casistica, a che cosa avete pensato osservando immagini di conflitti bellici?

Ascoltando, come un vojeur della critica, le reazioni della gente, troppo spesso ho udito questa terribile affermazione: ” Che bella”.
Premessa: mi riferirò solo ai fruitori delle immagini, non ai repoter.

Che cos’è che rende bella un’immagine dove vediamo persone soffrire, magari in procinto di spirare, gente con arti amputati?
Soffermiamoci solo per un istante sul fotografo che ha immortalato quel momento, che cosa avrà provato?
La guerra in terre lontane, sembra sempre essere qualcosa di irreale, proprio perchè distante fisicamente e mentalmente da noi, ma essa esiste, ed è una realtà drammaticamente presente nella vita di troppi individui. Sembra una tale banalità questo discorso, eppure, trovo che poche persone ci pensino davvero cosa vuol dire vivere sotto assedio.

La bellezza di queste immagini sta nel dolore? Più riescono a scuoterci emotivamente, più esse sono veritiere e belle?

Questo vuol dire che la bellezza è legata al concetto stesso della tragedia?

O queste immagini, sono tecnicamente tanto belle, da sembrare finte, frame tratte da un qualche film?

Troppo abituati alla violenza, saturi di immagini che ci scuotono per la durata di un servizio al telegiornale, per poi tornare a commentare le nuove stupidaggini fatte dal personaggio famoso che mette in mostra il suo corpo e non il suo non-talento.

Vorrei sentire commenti che dicono: “che cosa orribile”, “povera gente”, “terribile” oppure, se devo commentare tecnicamente l’immagine qualcosa del tipo:” che coraggio a stare in quei luoghi”, “chissà come avrà fatto a non avere paura”, ma niente che riguardi la bellezza, perchè nella morte, non ci vedo nessuna opera artistica.

Annemarie Schwarzenbach – Fascino androgino di una vita al confine

Effettivamente in quanto donna, non ho un paese. In quanto donna, non voglio un paese, in quanto donna il mio paese è il mondo intero.

Virginia Woolf

Dimentichiamoci dei dandy come Oscar Wilde, di Charles Baudelaire, di uomini a cavallo tra fine ottocento ed inizio novecento. Il nuovo secolo vede emergere una nuova ed intrigante figura all’orizzonte, una trasformazione da ciò a cui il mondo era abituato. Il dandy rinasce e si reincarna in figure femminili forti, androgine, che si vogliono imporre sulla scena sociale. E’ un epoca di enormi cambiamenti, di radicali trasformazioni in ambito sociale, politico e culturale per la donna, con la sua richiesta di emancipazione. E’ proprio tra le due guerre mondiali che il dandy maschile va, via via affievolendosi, per lasciare spazio ad una nuova identità che attinge elementi dal suo passato dandistico, ma anche creandone di inedite. Nasce così la femme performer, affascinata dai giochi di genere, dalla industrializzazione dai fenomeni di massa. La fotografia diventa il mezzo per comunicare con il mondo, con ritratti di donne intente ad adoperarsi in azioni che sono state legate da secoli alla figura maschile. La moda aiuta questa emancipazione: ecco ora il look alla maschietta, uno stile unisex, un linguaggio visivo che segnava la liberazione dai canoni classici della donna come angelo del focolare.

La femme moderne è una donna vincente, anche il cinema vuole sottolineare questo aspetto, si pensi solo a Marlene Dietrich in Morocco, o Greta Garbo nella Regina Cristina.

La lista non si limita al mondo dello spettacolo, ma anche alla scrittura, al giornalismo, alle arti in generale.

Ed è in questo clima che percorre la sua vita Annemarie Schwarzenbach.

Nasce a Zurigo il 23 maggio 1908. Figlia di una famiglia benestante, vive un’infanzia ed un’adolescenza segnata dalla presenza possessiva ed ingombrante della madre, con la quale vivrà sempre un rapporto di amore e repulsione. La sua salute è cagionevole, ma questo non le impedì di sviluppare una forte personalità.

Ama la scrittura, che trasformerà in un lavoro diventando giornalista per diverse testate.

La sua presenza in società è carismatica, forte, un fascino ambiguo. Marianne Breslauer, fotografa, ne parla così:

Mi fece allora lo stesso effetto che faceva a tutti: uno strano miscuglio di uomo e di donna […] non un essere vivente, ma un’opera d’arte.

Dopo la scrittura c’è la fotografia, con una duplice funzionalità: fermare su pellicola immagini di luoghi lontani per accompagnare visivamente i suoi viaggi al confine del mondo e dall’altro servirà agli altri a catturare il suo volto.

La sua instabilità emotiva ed esistenziale, la porteranno ad abbandonare la neutrale Svizzera, per spingersi verso terre lontane, bisognose di essere raccontare, di essere vissute. Viaggia attraverso l’Asia, l’America, l’Africa. Si muove non solo a scopo giornalistico, ma è anche una fuga da se stessa, dalle droghe che creano in lei sempre una maggiore dipendenza.

Con la fotografa Barbara Wright parte per gli Stati Uniti per realizzare un reportage sociale, dopo la crisi del 1929 e il New Deal, nelle regioni più arretrate del paese.
Fotografa la condizione dei braccianti del sud, il razzismo, lo sfruttamento del lavoro minorile le condizioni disumane di lavoro degli operai. Annemarie, quando fotografa, sceglie di stare ad una distanza abbastanza ravvicinata dal soggetto e con un punto di vista ribassato, cerca, al tempo stesso di entrare in contatto diretto con il soggetto di fronte a sé, ma anche di farle emergere, donando a loro una certa fermezza, un loro io personale.

Una foto può dirsi riuscita solo se il contenuto si “impone immediatamente” all’osservatore.

L’entusiasmo di essere a New York, cede presto il passo ad un rifiuto verso la città, emblema stesso dell’isolamento dell’uomo, della propria solitudine. E’ questo anche il periodo del suo stadio estremo d’instabilità e depressione, infatti tra il 1938 e il 1939, trascorrerà molto tempo all’interno di cliniche specialistiche.

Ma la sua voglia di raccontare, di ricercare, di comprendere è sempre più viva.

Passerà un breve periodo in Cecoslovacchia come fotogiornalista professionista, dove assisterà ai prodromi della guerra mondiale.
Lascerà l’Europa con Ella Maillart nel giugno del 1939 a bordo di una Ford Roadster, per intraprendere un viaggio verso l’Afghanistan fino all’India. Il viaggio è finanziato da un’importante rete di agenzie giornalistiche e riviste che scommettono sull’avventura delle due donne.

E’ un viaggio non privo di difficoltà, ma anche di grande creatività, spunti su cui riflettere, come, ad esempio, l’articolo Le donne di Kabul, dove Annemarie si interroga sulla condizione della donna di Afghanistan.

Ma anche questo viaggio volge al termine, per portare la donna un’ultima volta negli Stati Uniti e poi toccare il Congo Belga.

Paradossalmente alla sua vita avventura, troverà la morte in un banale incidente in bicicletta, che mina la sua salute già cagionevole, che la porterà alla fine il 15 novembre 1942.

Annamarie Schwarzenbach è stata simbolo di un periodo storico, fatto di intrecci politici, culturali e sociali, ma anche di una vita tormentata, fatta di paure, ansie dubbi, infelicità e successo, alla ricerca di un po’ di felicità.

Letture: “Moderne icone di moda – la costruzione fotografica del mito”  di Federica Muzzarelli – Ed. Einaudi

Werner Bischof – uno sguardo neorealista

Venerdì 20 settembre, a Torino presso Palazzo Reale, è stata inaugurata la personale del fotografo Werner Bischof. Se questo nome non vi dice nulla, procuratevi immediatamente un libro di storia di fotografia o aprite Wikipedia. Vi siete persi immagini di un’uomo che vedeva oltre.

A tutto si può rimediare, fortunatamente.

Warner Bischof (1916-1954) nasce a Zurigo, dove cresce, studia e si lascia guidare dal suo mentore Alfred Williman, tanto da aprire il proprio studio fotografico proprio sopra quello del suo insegnate (immaginiamo, al giorno d’oggi, aprire uno studio fotografico al fianco di un’altro, il cui proprietario ha stampato tutte le nostre foto, da infanti, fino a quella della laurea. Perchè non riesco a vedere un rapporto idilliaco come quello tra Warner ed Alfred?)

Sono gli anni dei primi esperimenti, delle foto commerciali dalle quali, in futuro si allontanerà.
Parte per Parigi, il suo sogno è fare il pittore, ma la guerra cancella colori e pennelli, riportandolo in Svizzera, verso la fotografia.

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1945 la rivista Du gli offre un visto per girare l’Europa ed inizia la sua documentazione postbellica. Passa la Germania, la Francia, Lussemburgo, Belgio, Olanda, l’Italia, dove conoscerà la sua futura moglie Rosellina Mandel, l’Ungheria, la Romania, Cecoslovacchia, Finlandia per concludere il suo pellegrinaggio in Norvegia. Lo sguardo di Bischof è volto alle persone, soprattutto ai bambini, colpito dalla loro innocenza, vittime bianche della guerra. L’uomo nella sua dimensione esistenziale è protagonista dei suoi scatti.

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1949 entra a far parte dell’agenzia Magnum, diventando un fotoreporter.
Il suo modo di fare reportage si allontana dagli stilemi classici, a cui i lettori di Life erano abituati. La sua documentazione non è chiassosa, esasperata, non è assetato di sollevare scandali. Le sue foto ricercano la profondità dei fenomeni e riescono a sensibilizzare il mondo. E’ il caso del suo viaggio in India, nel 1951, dove passerà sei mesi.
Il governo indiano lo vede come personaggio scomodo, lui vaga per la città, le vie, mostrandosi alla gente comune, senza invaderla, documentando la miserrime condizioni di vita di quel popolo.

“[…] Tu non capisci una cosa, caro papà, cioè che io faccio questi viaggi non per il desiderio di nuove sensazioni, ma per un cambiamento completo della mia personalità […]

Nello stesso anno si reca in Giappone, per realizzare un reportage sulla guerra in Corea. Vi rimarrà un anno.
Il Sol Levante lo affascina nel profondo (solo un insensibile potrebbe non rimanere affascinato da questa terra). Del Giappone coglie i suoi aspetti più zen, il suo essere elegantemente immobile, la sua sottile incomunicabilità, un mondo fluttuante che si sta occidentalizzando.

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Raggiunge l’Indocina via Hong Kong, dove sarà corrispondente per tre mesi per Paris Match.

“Adesso sono diventato reporter, parola che ho sempre profondamente odiato. Penso che la concentrazione che mettevo nel mio materiale adesso si è spostata sull’aspetto umano, che è molto più complicato perchè non lo si può pianificare”

Nel 1953 progetta un viaggio verso l’America. Per quattro mesi viaggia insieme alla moglie per documentare la costruzione di nuove autostrade negli Stati Uniti. Nel 1954 vola, da solo, verso Panama, Santiago del Cile e Lima. Fotografa la quotidianità, la vita della gente, lavoro che poco interessa alle testate giornalistiche.

“Davvero io non sono un fotogiornalista. Purtroppo non ho alcun potere contro questi grandi giornali, non posso nulla, è come se prostituissi il mio lavoro e ne ho davvero abbastanza. Nel profondo del mio cuore io sono sempre, e sempre sarò, un artista”.

La macchina che lo stava conducendo verso una miniera in alta quota precipita, per 4000 metri di altitudine nel vuoto, ponendo fine alla vita di un reporter  scomodo, lasciando una moglie, il figlio Marco e un bambino che sarebbe nato da li a poco. Il figlio Marco, definisce la vita del padre “avventurosa”, artista a tutto tondo, non solo fotografo. Sono conservati i quaderni dove era solito prendere appunti, fare schizzi, disegni, piccole opere tascabili, ricordi, frammenti.
Toccante è la risposta di Marco alla domanda relativa al rapporto con suo padre:

“Una volta ho calcolato che in tutto l’avrò visto sì e no sei mesi. Mi dicevano che lui era dagli Indios e io mi ero fatto di lui un’immagine avventurosa. Dai suoi viaggi mi mandava lettere e disegni bellissimi. Poi è morto, ma per me continuava a essere dagli Indios. Quando avevo circa sette anni ho conosciuto Renè Burri, a quel punto era come se avessi acuto due padri, uno accanto a me e uno lontano, in Perù che avevo voglia di andare a cercare. Mia madre, scomparsa nel 1986, mi ha sempre raccontato che quando ero piccolo, allora abitavamo a Leimbach, nei pressi di Zurigo, ero sparito di casa. Mi hanno ritrovato alla stazione, volevo andare a Parigi, dove c’era la Magnum, forse là avrei potuto trovare mio padre”

[Letture e citazioni tratte da Warner Bischof – SilvanaEditoriale]

Piove sulle tamerici, il reportage.

Mi sono ritrovata in una biblioteca, senza sapere bene cosa cercare.

I troppi input mi confondevano il cervello, passando dalla sezione “storia” a quella di “medicina”, per non parlare dei “viaggi”, antro del male, visto che vorrei sempre partire per qualche nuova meta.

ImmagineMi sono ritrovata a sfogliare un volume sul giornalismo, “Professione giornalista – tecniche regole di un mestiere”, scritto da Alberto Papuzzi, edizioni Manuali Donzelli.
Passando in rassegna l’indice, ho notato il capitolo “Notizie e immagini”, dove si parlava del rapporto fotografico con la carta stampata e del mondo del reportage in generale.
Ho scoperto molte notizie interessanti, come ad esempio una certa Margaret Bourke White, fece per il Life, quello che è stato considerato il primo reportage americano. La donna si mosse a New Deal, una città del Montana, oggi scomparsa, e fotografò con occhio oggettivo, i suoi abitanti e le sue costruzioni. Se non fosse per le sue foto, oggi non sapremmo dell’esistenza della cittadina di New Deal.

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Molto diverso l’approccio di Eugene Smith, con il suo lavoro “Country Doctor”. Il fotografo divenne una vera e propria ombra del medico, seguendolo in ogni luogo, conoscendo i suoi pazienti. Il suo scopo era quello di creare una rete di relazioni tra le immagini (quella che poi si ricerca anche nei portfolio).

Il taglio è molto più cinematografico e soggettivo.

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Da qui la grande e sempre aperta diatriba: reportage oggettivo o soggettivo?
Citerei Susan Sontag, per descrivere la mia posizione:

Fotografare significa appropriarsi della cosa che si fotografa. Significa stabilire con il mondo una relazione particolare, che dà una sensazione di conoscenza, e quindi di potere.

Il libro continuava con il caso di Robert Capa Morte di un miliziano lealista, famoso scatto di un miliziano che, colpito, sta cadendo al suolo (ora in mostra nella personale del fotografo a Torino, a Palazzo Reale).
ImmagineL’immagine è ambigua, in quanto non contiene documentazione del fatto fotografato, non ci sono riferimenti geografici o cronistici. Non esistono certificazioni di dove e come l’immagine sia stata scattata. Si dice che Capa si trovasse dentro una trincea sul campo di battaglia, ed ogni qual volta i miliziani tentavano l’attacco, colpi di mitraglia frenavano la loro avanzata. Il fotografo alzò la macchina fotografica proprio in uno di questi momenti. Un caso fortuito, forse, fatto sta che questa immagine è una delle più celebri (oltre a quello dello sbarco in Normandia criticata perchè “troppo mossa”…)

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Yakisoba Josei – Hiroshima Station – Hiroshima © Giulia Hepburn

La mia visione di reportage non è certamente a questi alti livelli, anzi, non sono il tipo che si butta in mezzo, scansa le persone e rotola sul pavimento. No. Non sarei mai in grado di fare reportage di guerra, rimarrei traumatizzata dalle sofferenze, ed una macchina fotografica non mi aiuterebbe a salvare le persone (momento da eroina dei fumetti).
Il tipo di reportage che seguo è più intimistico, volto alle azioni “normali”.
Compiamo una moltitudine di gesti ogni giorno, abitudinari, di routine, che non c’è ne accorgiamo neanche più. Eppure, in certi gesti, c’è così tanto da dire, da raccontare: il modo in cui si tiene una tazzina del caffè, come si aspetta l’autobus alla fermata, il modo con cui diamo i soldi al cassiere.

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Kodomo Lolita – Harajuku – Tokyo © Giulia Hepburn

Non amo molto interferire nello svolgimento delle attività quotidiane delle persone, soprattutto perchè perderei la spontaneità del gesto della persona che sto fotografando. Il mio potrà essere scambiato come un gesto di timidezza, probabilmente c’è anche questa componente, ma ho provato ad immaginare me stessa, se mi accorgessi che qualcuno mi sta fotografando. Sarei un po’ costernata, non capendo il perchè, quindi diventerei un pezzo di marmo, o cambierei strada, per depistarlo XD
Quando giro per le città in cerca di attimi, mi tengo ad una certa distanza, cercando di non interferire nello spazio creato dall’altra persona, che così vive nella propria intimità.
Mi sento tanto un vojeur o Hopper, per sentirsi molto fighi nel citarlo.

Per altre mie foto dalla terra del sol levante, cercatele su Vogue