Eugene Smith, mondo d’ombra

A cosa serve una grande profondità di campo se non c’è un’adeguata profondità di sentimento?

Eugene Smith

William Eugene Smith nasce il 30 dicembre 1918 a Wichita, nel Kansas.
Il suo avvicinamento alla fotografia avviene in tenera età, grazie alle madre, amante della pellicola.
Vive un’esistenza “normale”; fino a quando un fatto tragico sconvolge la sua vita: il suicidio del padre durante gli anni del liceo.
Smith, da allora, comincia ad essere quasi ossessionato dalla macchina fotografica, ma grazie ad esso, riesce a superare la perdita.
Il suo talento è ben visibile fin da ragazzo, lavora per il giornale locale, nella rubrica sportiva, si iscrive ad una scuola specializzata in fotografia, ma la lascia dopo i primi sei mesi. Si trasferisce a New York dove comincia a collaborare con Newsweek, ma anche come freelancer, con New York Times, Harper’s Bazaar e Life.

The Second World War, Iwo Jima, Sticks and Stones

Soldier in Okinawa in 1945

Dying infant found by American soldier in Saipan Mountains

Il periodo con Life porta Smith nelle zone di guerra, nel Pacifico (Saipan, Okinawa, Iwo Jima), per terra, mare ed aria. La sua carriera venne interrotta nel 1945, durante l’invasione di Okinawa. Una granata compromise il suo volto e le sue mani seriamente. Dopo numerosi ricoveri ed interventi chirurgici, il desiderio di ritornare a scattare è forte, ma, questa volta, ciò che vuole trasmettere tramite le proprie immagini sono concetti come la speranza, le gioia, la coscienza sociale.

“Il giorno in cui ho provato per la prima volta a fare una fotografia, riuscivo a stento a caricare il rullino nella macchina fotografica. Eppure ero deciso che la prima fotografia sarebbe stata un contrasto tra le fotografie di guerra ed avrebbe parlato dell’affermazione della vita”

The walk to paradise garden

Viene “alla luce” l’immagine di due bambini, i suoi figli, che emergono da una foresta oscura, “The walk to Paradise Garden”. In questo periodo Smith produce lavori come Country Doctor, Nurse Midwife, The Spanish Village. Smith si immerge completamente e totalmente nella vita dei propri soggetti, un approccio del tutto nuovo per i tempi. Life pubblica molti di questi lavori, anche se non riesce del tutto a capire ed appoggiare il suo metodo fotogiornalistico. Le tensioni divennero tali da spingere Smith a lasciare Life, per abbracciare Magnum, la quale appoggiava e sosteneva totalmente la sua visione fotogiornalistica.

Serie “Country Doctor”

Serie “Country Doctor”

Serie “Country Doctor”

Smith continua a produrre immagini d’autore, supportato anche dalle borse di studio Guggenheim. Uno dei suoi progetti più titanici, riguarda la città di Pittsburgh. Vennero realizzate 11 mila immagini fotografiche, ma nessuna di esse vide la luce, provando scompiglio all’interno di Magnum. Il progetto Pittsburgh lasciò fisicamente, mentalmente e finanziariamente Smith esausto.

Pittsburgh Photographs

Pittsburgh Essay, (Church)

Decide di lasciare Magnum e di trasferirsi a New York, dove produce una serie di immagini realizzate dalla propria finestra.

The Jazz Loft Project

 

821 Sixth Avenue in New York

1971 inizia il progetto Minimata, un piccolo villaggio di pescatori in Giappone finanziato da Hitachi. Le acque del villaggio erano ricche di mercurio, a causa dell’industrializzazione. Generazioni intere di persone portavano sul loro viso, i segni devastanti di quello scempio.

Tomoko Uemura in Her Bath

Aileen Mioko Smith co-authored with W. Eugene Smith

L’uomo riceve numerosi premi, viaggia per insegnare fotografia ed approda a Tucson, Arizona, nel 1977, per insegnare all’università. Un anno dopo, un ictus celebrale stronca la vita di Eugene Smith.

“Sono sempre combattuto con l’atteggiamento del giornalista, che è un registratore di fatti, e l’artista, che spesso è necessariamente contro i fatti. La mia principale preoccupazione è per l’onestà, soprattutto l’onestà con me stesso”

L’animo di Smith è sempre stato molto irrequieto, e questa sua tensione, era facilmente leggibile, nelle proprie immagini. Bianchi e neri netti, forti, dove la luce emerge a fatica, soffocata, ma allo stesso tempo intimi, come se noi spettatori stessimo lì, al suo fianco ad osservare la scena. Dopo l’incidente del 1945, Smith diventa sempre più dipendente da alchool ed anfetamine, la depressione, insieme a momenti di grandiosità si alternano come in una danza per tutta la sua vita.

Letture:  W. Eugene Smith, ed. Contrasto

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A hidden ritual of beauty

Chi conosce Erwin Blumenfeld?

0416dada.4Tra gli amanti e studiosi della fotografia, questo nome apparirà ovvio e scontato.
Se fate una rapida ricerca con google, scoprirete facilmente qualunque dato su di lui, per lo più in lingua inglese.
Durante la mia trasferta a Tokyo, sono andata a vedere il “Tokyo metropolitan museum of Photography”. Se vi capita di trovarvi in Giappone, fateci un salto, merita la visita (anche per lo store, ricco di libri inediti in Italia ed oggetti sul mondo fotografico che desiderete possedere).
Qui ho potuto conoscere, con una personale Erwin.
Ciò che più mi ha colpito della sua personalità, è stato certamente la sua capacità di sperimentare, sempre, quella vena di curiosità che lo spingeva a non conformarsi agli standard che erano approvati dalla società, ma cercando di esprimere sè stesso e il suo estro, che è stata la sua chiave di volta per riuscire ad emergere rispetto a tutti gli altri fotografi dell’epoca.

Direi che il video può introdurre al meglio la figura di questo artista.

Erwin Blumenfeld - New York, 1949In 15 anni Erwin ha inventato la fotografia di moda. E’ entrato nel mondo delle riviste di moda. quando il fashion era ancora visto come illustrazione. Ovviamente non è stato sempre rose e fiori.
Il suo percorso inizia nel 1935, quando diserta la chiamata alle armi per la prima guerra mondiale. Si rifugia ad Amsterdam. Nella sua biografia scrive che tutti gli sconsigliavano di fare il fotografo, ma una pubblicazione per Arts et Mètiers Graphiques a Parigi, gli lancia il segnale, che è meglio cambiare aria.

Il primo anno fu il più duro: aveva moglie e tre bambini piccoli a cui badare. Il mondo della fotografia fashion era un circolo ristretto e chiuso, ma, all’età di 42 anni, firma il suo contratto con Harper’s Bazaar.

 

Poi scoppiò la guerra.

Se vi è venuta anche solo una piccola di curiosità di sapere ciò che avvenne dopo, consiglio la biografia (purtroppo in inglese), Eye to I: the autobiography of a photographer.

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Non so, ma leggendo un po’ le sue vicissitudini, trasportandola ai giorni nostri…mmm…ci sono diversi momenti, molto simili a ciò che stiamo vivendo, chiusura del mercato, circoli chiusi… ad esempio, giusto per citare qualcosa che ho sentito da vicino, mi è stato detto che le assistenti donna in Italia, non sono molto considerate. Nel senso che il loro ruolo è, prevalentemente, scaricare schede di memoria (se ci fosse qualche assistente fotografa che mi smentisca questa diceria, ne sarei grata), almeno che una non sia un “panzer” della corazzata russa, che sappia spostare qualunque cosa.
Oppure, quanti di voi si sono sentiti dire:” No, lascia perdere, non c’è più lavoro in questo campo! Cambia mestiere”.
Quel genere di frasi che ti fanno cadere le braccia. Ah, l’Italia. Un tempo eri il centro dell’Arte, ti invidiavano tutti…ora siamo al penultimo posto per i finanziamenti alla cultura…non divaghiamo.

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Trovo che Erwin (lo chiamo per nome perchè mi sento affine a lui), sia incredibilmente moderno nelle sue scelte. Ad esempio, l’immagine qui a fianco, potrebbe benissimo essere la copertina del prossimo cd di Lady Gaga (ora perderò lettori per questo paragone ardito).
Una capacità, anche di rinnovarsi, e di cercare sempre il mezzo/metodo migliore per esprimere ciò che voleva rappresentare.
Credo ci sia molta da imparare da un fotografo come lui, e che dovrebbe trovare maggiore spazio quando si studia la fotografia di moda e la storia della fotografia (anche se sono vissuti e vivono così tanti talenti, che il tempo non è mai abbastanza).
Chissà, se un giorno, questa personale troverà spazio anche in uno dei nostri musei. Sarà un po’ come un deja vu, incontrare un vecchio amico, che non si è mai conosciuto.
Ripasserei volentieri il mio tempo, dedicando 3 secondi della mia esistenza allo studio ed alla visione di questo grande artista.


Piove sulle tamerici, il reportage.

Mi sono ritrovata in una biblioteca, senza sapere bene cosa cercare.

I troppi input mi confondevano il cervello, passando dalla sezione “storia” a quella di “medicina”, per non parlare dei “viaggi”, antro del male, visto che vorrei sempre partire per qualche nuova meta.

ImmagineMi sono ritrovata a sfogliare un volume sul giornalismo, “Professione giornalista – tecniche regole di un mestiere”, scritto da Alberto Papuzzi, edizioni Manuali Donzelli.
Passando in rassegna l’indice, ho notato il capitolo “Notizie e immagini”, dove si parlava del rapporto fotografico con la carta stampata e del mondo del reportage in generale.
Ho scoperto molte notizie interessanti, come ad esempio una certa Margaret Bourke White, fece per il Life, quello che è stato considerato il primo reportage americano. La donna si mosse a New Deal, una città del Montana, oggi scomparsa, e fotografò con occhio oggettivo, i suoi abitanti e le sue costruzioni. Se non fosse per le sue foto, oggi non sapremmo dell’esistenza della cittadina di New Deal.

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Molto diverso l’approccio di Eugene Smith, con il suo lavoro “Country Doctor”. Il fotografo divenne una vera e propria ombra del medico, seguendolo in ogni luogo, conoscendo i suoi pazienti. Il suo scopo era quello di creare una rete di relazioni tra le immagini (quella che poi si ricerca anche nei portfolio).

Il taglio è molto più cinematografico e soggettivo.

Immagine Immagine

Da qui la grande e sempre aperta diatriba: reportage oggettivo o soggettivo?
Citerei Susan Sontag, per descrivere la mia posizione:

Fotografare significa appropriarsi della cosa che si fotografa. Significa stabilire con il mondo una relazione particolare, che dà una sensazione di conoscenza, e quindi di potere.

Il libro continuava con il caso di Robert Capa Morte di un miliziano lealista, famoso scatto di un miliziano che, colpito, sta cadendo al suolo (ora in mostra nella personale del fotografo a Torino, a Palazzo Reale).
ImmagineL’immagine è ambigua, in quanto non contiene documentazione del fatto fotografato, non ci sono riferimenti geografici o cronistici. Non esistono certificazioni di dove e come l’immagine sia stata scattata. Si dice che Capa si trovasse dentro una trincea sul campo di battaglia, ed ogni qual volta i miliziani tentavano l’attacco, colpi di mitraglia frenavano la loro avanzata. Il fotografo alzò la macchina fotografica proprio in uno di questi momenti. Un caso fortuito, forse, fatto sta che questa immagine è una delle più celebri (oltre a quello dello sbarco in Normandia criticata perchè “troppo mossa”…)

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Yakisoba Josei – Hiroshima Station – Hiroshima © Giulia Hepburn

La mia visione di reportage non è certamente a questi alti livelli, anzi, non sono il tipo che si butta in mezzo, scansa le persone e rotola sul pavimento. No. Non sarei mai in grado di fare reportage di guerra, rimarrei traumatizzata dalle sofferenze, ed una macchina fotografica non mi aiuterebbe a salvare le persone (momento da eroina dei fumetti).
Il tipo di reportage che seguo è più intimistico, volto alle azioni “normali”.
Compiamo una moltitudine di gesti ogni giorno, abitudinari, di routine, che non c’è ne accorgiamo neanche più. Eppure, in certi gesti, c’è così tanto da dire, da raccontare: il modo in cui si tiene una tazzina del caffè, come si aspetta l’autobus alla fermata, il modo con cui diamo i soldi al cassiere.

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Kodomo Lolita – Harajuku – Tokyo © Giulia Hepburn

Non amo molto interferire nello svolgimento delle attività quotidiane delle persone, soprattutto perchè perderei la spontaneità del gesto della persona che sto fotografando. Il mio potrà essere scambiato come un gesto di timidezza, probabilmente c’è anche questa componente, ma ho provato ad immaginare me stessa, se mi accorgessi che qualcuno mi sta fotografando. Sarei un po’ costernata, non capendo il perchè, quindi diventerei un pezzo di marmo, o cambierei strada, per depistarlo XD
Quando giro per le città in cerca di attimi, mi tengo ad una certa distanza, cercando di non interferire nello spazio creato dall’altra persona, che così vive nella propria intimità.
Mi sento tanto un vojeur o Hopper, per sentirsi molto fighi nel citarlo.

Per altre mie foto dalla terra del sol levante, cercatele su Vogue