Movie challenge: The hateful eight

Quando si parla di Tarantino o si ama o lo si odia. Non esistono le mezze misure con lui. Io gioco nella fazione “amore” nei suoi confronti. Ho amato “Kill Bill”, il primo film suo che vidi con una mente un po’ più adulta (Pulp fiction, lo guardai troppo giovane), e poi il mio preferito, Bastardi senza gloria.

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Dopo le varie vicissitudini dello script di quest’ultimo lavoro, finalmente The hateful eightesce. Quali grandi emozioni mi aspetteranno per questo nuovo film western made in Tarantino?

Se lo avete visto in inglese senza sottotitoli, complimenti! Ho passato la prima ora a sintonizzare l’orecchio sul forte accento americano, prima di riuscire a staccare l’occhio, ogni tanto, dai sottotitoli. Passa la prima ora, i personaggi parlano tra di loro, della guerra nordisti/sudisti, di chi sono ecc. Seconda ora, siamo nella merceria/locanda di Minnie. La gente parla, si presenta, beve, mangia, si riparla della guerra, della giustizia. Ok. Verso la metà della seconda ora, inizia “l’azione” come Tarantino ci ha mostrato altre volte. Ok.

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L’uso, forse l’abuso di auto-citazioni (che può anche permettersi di fare, insomma, se io mi auto-citassi sembrerei solo megalomane, lui è americano, quindi di base megalomane, concediamoglielo), come oggetti illuminati dalla luce divina, la numerazione in capitoli, frasi già usate in altri film (“Di pure addio a tue palle!” grande must del 900), se all’inizio della visione, piace (perchè siamo tutti desiderosi che l’azione diventi violenta), dopo un po’, diventa una situazione trita (e ritrita). Sentivo la tensione salire, minuto dopo minuto, e volevo una svolta, che arrivata quando ormai stavo perdendo le speranze.

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Gli attori, sono stati molto bravi ad essere rozzi cacciatori di taglie e ladroni. John Ruth, Kurt Russel, è stato il mio eroe, lui ed i suoi baffoni. Poi ho guardato “l’inglese”, Oswald Mobray alias Tim Roth, e nella mia mente ho visto Tarantino che prende una decisione per lui difficile: non scritturare Christoph Waltz. Ho trovato una somiglianza indecente, ai personaggi interpretati in precedenza dal nostro simpatico austriaco, addirittura a livello fisiognomico, lo ricordava. Povero Quentin, privato del suo amatissimo.

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Ciao, splendore.

Jennifer Jason Leigh, Daisy Domergue, veramente brava. Come sempre, i personaggi femminili di Tarantino non sono delle donnine indifese o sciocche, ma belve pronte a mordere.

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Musiche di Ennio Morricone, devo aggiungere altro? Se vi capita, guardate quanto è bello il vinile della colonna sonora!

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Visivamente ben curato, con belle inquadrature care a Quentin (visione dal basso dal pavimento, personaggi che si allontanano nel nulla visti da una porta, vi ricordano qualcosa?)

Quando avrete terminato la vostra visione, soffermatevi ancora una volta sul bel poster della locandina. Guardatelo attentamente. Quattro personaggi che avanzano verso la locanda, ed altri quattro che gli vanno incontro. Dopo che mi è stato fatto notare, ho compreso quasi il senso del film.

Soundtrack & Behind the scene

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Movie Challenge: Mad Max – Fury Road

Credo che buona parte del pubblico maschile abbia visto questa pellicola, mentre le fanciulle abbiano pensato, come me un film dove la gente strana si insegue nel deserto? Mah

QUANTO MI SBAGLIAVO.

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Questa recensione è voi/noi ragazze, che non abbiamo voluto cedere alla visione di un film nel deserto, Mad Max – Fury Road.

Ricordate Babe – maialino coraggioso Happy feet di George Miller (ed anche L’olio di Lorenzo, quanti pianti, e l’originale Mad Max)? Ecco, è lui che ci ha donato questa perla. Ho dato al film 5 minuti per convincermi. Mi ha convinto dopo il secondo minuto. Non fate come me, non giudicate i film solo dai trailer italiani.

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Mad Max – Fury Road, è un mashup tra Tarantino, per tipologia di inquadrature, ed un grosso fumettone tamarro che prende vita. La trama ci viene spiegata all’inizio del film, per poi buttarci subito nell’azione, tutto molto in stile anni 80. Veniamo catapultati in un mondo che si è autodistrutto da solo (non molto distante da un futuro probabile), dove bande di derelitti sono guidati da uomini senza scrupoli, che fondano il loro potere sull’idolatrare un’idea di uomo/dio, capace di donare loro acqua e benzina.

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Per tutte coloro che stanno cercando un nuovo idolo femminile da seguire, eccovi l’imperatrice Furiosa, Charlize TheronMonster), lei con la sua autocisterna, il suo braccio meccanico ed il grasso da guarnizione che le protegge la fronte dal sole, si fa capo e salvatrice di giovani donne, le spose, di Immortan Joe, il leader della cittadella. Una vera belva che guida un camion, tira calci e pugni come una vera dura. Eccovi servito il vostro nuovo idolo femminista.

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Gli inseguimenti non sono per nulla noiosi, anzi, sei lì che guardi il trucco, i costumi, i suoni, e se preso dalla battaglia che avanza e imperversa, tifando per Furiosa e le sue ragazze. Non mancano scene simpatiche, niente a che vedere con le battute/gag in stile Marvel (grazie al cielo!)

Le inquadrature sono ben curate, come delle vignette di un fumetto, e l’uso dei colori, soprattutto nelle scene notturne dona quel qualcosa in più (un filtro 100% blu). Bello il contrasto degli abiti delle spose, bianchi e semplici, rispetto agli abiti di pelle ed accessori cromati degli altri.

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La colonna sonora stessa, di Tom Holkenborg, da la carica negli inseguimenti, mentre ascolti i suonatori di tamburi taiko che accompagnano un chitarrista metallaro ceco che spara fiamme dalla testa della propria chitarra. Il ritmo incalzante, ti porta a muoverti e a canticchiare il motivetto durante la giornata. Ma troviamo anche musiche più drammatiche ed intime, nei momenti in cui conosciamo meglio la psiche dei personaggi.
La cura per gli effetti sonori è notevole.

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Un film da vedere e rivedere, per l’abbondanza di dettagli e di cura, nel makeup e negli equipaggiamenti di tutti i personaggi. Una fuga verso la libertà, guidata dalla speranza e dalla voglia di cambiamento. Finirete di guardarlo e vi sentirete più forti, più consapevoli di voi stesse e, forse, vorrete anche voi dipingervi la fronte di nero e gridare fuori dal finestrino della vostra macchina: “AL VALHALLA!”

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“What a lovely day!”

Troverete il dvd/bluray qui, ed ascoltare la colonna sonora a questo link

 

Movie challenge: Steve Jobs

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E’ tutto così bianco in questa copertina! Aiuto!

Steve Jobs“, regia di Danny Boyle (Trainspotting, The Millionare), ci immerge subito in un mondo fatto di presentazioni di nuovi prodotti e di tutto ciò che avviene dietro le quinte. Non c’è bisogno di dare grosse spiegazioni, nè di un po’ di storia dell’evoluzione del marchio Apple. I personaggi ci parlano come se noi conoscessimo gran parte delle vicissitudine finanziarie ed azionistiche. Ti senti estraneo mentre la pellicola scorre, come stessi osservando il tutto da una serratura o origliando da una porta.

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Michael Fassbender/Jobs l’uomo che doveva sempre dare spiegazioni/ confrontarsi prima del lancio dei suoi prodotti, povero caro!
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Devo ancora capire se il film mi é piaciuto o meno, poiché le scene di scontro/confronto si susseguono le une alle altre, con picchi di arrabbiatura altalenanti tra “bufera” e “parzialmente nuvoloso”.

Le musiche di Daniel Pemberton, soprattutto It’s not working, hanno sottolineato questo stato di ansia, utilizzando suoni gravi, a ritmo serrato, riproducendo rumori e suoni cybernetici. I primi 10/15 minuti ci interroghiamo se un computer saluterá o meno il pubblico, e tu sei li che dici: “Oddio, oddio, il mal di vivere é potente”. Se l’ intenzione era quella di farti avvertire lo stress, ci sono riusciti benissimo.
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A fianco del nostro protagonista, la vincitrice del golden globe Kate Winslet (sempre bravissima, ho ancora le lacrime per The reader), spalleggia Fassbender, in scambi arguti di battute e comprensione umana. Fassbender si dimostra, ancora una volta un attore versatile ed abile (già in Inglorious Bastards l’avevo amato, ma dopo Macbeth abbiamo raggiunto un livello successivo, questa scuola inglese che sforna talenti senza ritegno)
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Ho apprezzato il fatto che venisse mostrato un dualismo Jobs/crew lavorativa e Jobs/famiglia, dove ogni tanto traspariva il lato piú “umano” (per una manciata di secondi). Avrei voluto che venisse maggiormente sottolineato il rapporto Jobs/padre, ma forse ne hanno parlato giàaltri film
Belli i flashback tipo messaggi subliminali, rendevano bene l’idea del pensiero/ ricordo che scorre velocemente. E’ tutto molto blu nelle conferenze, nei dibattiti, per poi scoprire un certo “calore” nelle scene con Lisa.

Se avete voglia di auto-indurvi dello stress, ascoltate la colonna sonora qui, leggervi l’autobiografia autorizzata di Walter Isaacson, dalla quale Boyle ha preso spunto, ed un intervista al bel Fassbender dove risponde ad alcune domande.

 

 

Movie challenge: The Danish girl

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The danish girl“, di Tim Hooper (Les Miserables, Il discorso del re), un film che ho molto atteso e che non ha deluso le aspettative. Sarà grazie a Eddie Redmayne (chiamato amichevolmente Marius, dopo la visione dei Miserabili) ed alla sua interpretazione molto toccante. Ma la vera scoperta é stata Alicia Vikader (Ex Machina, Kitty in Anna Karenina).

Ho amato il suo personaggio, molto umano e non distaccato.
La caratterizzazione dei due personaggi principali è andata di pari passo, scoprendo Einar anche attraverso gli occhi di sua moglie Gerda.

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Entriamo nella vicenda da subito, senza troppi preamboli e scene inutili, e questo è stata una scelta vincente. Se vi aspettate di vedere drammi, lacrime per la presa di coscienza del proprio io, non é cosí. La scoperta del proprio io e della consapevolezza di voler essere qualcun altro avviene velocemente, senza troppe paure o angosce, cosa che ho indubbiamente apprezzato.
Avrei voluto dare più spazio ai diari di Einar, dal quale David Ebershoff, l’autore del romanzo omonimo, ha attinto informazioni per ispirarsi, e vorrei che venisse pubblicato in Italia.

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Il trattamento dei colori, quasi sempre sui toni del blu e del verde nelle scene in Danimarca, sembrano riprendere i colori stessi utilizzati da Einar nelle sue opere, per poi diventare più caldi, come quelli usati nelle opere della moglie, dove Lili/Einar candida protagonista di un’epoca che cambia, che transita, domina la scena.
Infine, i colori sembrano mescolarsi, ora caldi ora freddi verso le scene finali, raggiungendo una medietà complementare, così come le vite vissute dai protagonisti.

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La colonna sonora di Alexandre Desplat (lo stesso di Grand Budapest Hotel dove si è aggiudicato l’oscar come miglior colonna sonora) variegata, da motivi più cupi e drammatici ad allegri waltzer.

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Il cast é davvero stato notevole. La storia scorre attraverso gli occhi dei due personaggi che si fondono e si separano, per poi ritrovarsi indissolubilmente legati. Non ci sono molti dialoghi sulla scelta presa da Einar di diventare Lili con Gerda. Quello che poteva sembrare un’ostacolo o un blocco causato dall’incomunicabilità, viene riempito dalla comprensione e dall’amore incondizionato, non per un corpo, maschile o femminile, ma per la persona e per la sua anima. Il messaggio che Gerda ed Einar ci donano è toccante.

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la storica Lili e Eddie.

Un film che dovrebbe esser fatto vedere a tutti coloro che non hanno ben idea di cosa possa essere una transizione (se pensiamo che è tratto da una storia vera e siamo a cavallo tra gli anni 20 e 30), e che dietro al processo, non c’è un desiderio egoista o una malattia, ma una persona che prova emozioni, che vive, soffre, ama e spera in un futuro differente.

Qui potete trovare il romanzo, mentre qui la colonna sonora. Se vi interessa, cercatevi la storia e le opere di Gerda Wegener così incontrerete certamente Lili.

Movie Challenge: Brooklyn

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Adoro questa locandina

Il primo commento dopo la visione di Brooklyn, tratto dal romanzo omonimo di Colm Tóibín, è stato: “Brooklyn il film che non devi e devi guardare se stai per partire”.

Non lo devi guardare perchè ti fa riflettere su quello che stai lasciando, nel bene e nel male. Lo devi guardare per avere speranza e fiducia nel salto nel vuoto che stai per compiere.

Il film di John Crowley,  è in lista sia per i Bafta che per gli Oscar in svariate categorie, tra cui: migliore attrice protagonista (Saoirse Ronan, ve la ricordate in “Grand Hotel Budapest?!),best supporting actress (Julie Walters, e lei ve la ricordate in “Mamma Mia”?!), costumi, makeup/hair, sceneggiatura non originale. Tra l’altro ha già partecipato a molti altri festival nel 2015 dove ha già vinto alcuni premi.

Il tema del “distacco” è stato trattato in maniera molto umana, molto vicina alla realtà, senza mai esagerare in esasperate scenate, tutto molto controllato. Non ci si lascia andare al melodramma, a fiumi di lacrime. Forse perchè sono irlandesi e non italiani (?), o sarà dovuto alla regia inglese?

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Alcuni fotogrammi del film sono davvero ben curati e ben studiati come ad esempio, quando la protagonista ed il suo compagno vanno a Coney Island (il colore menta/azzurrino della struttura architettonica mi ha conquistata, senza contare la composizione perfetta dello scatto), per poi essere ripresa nelle scene in Irlanda. I contrasti e dualismi città/paese, grattacieli/cemento/case basse/verde sono ben resi anche dall’uso del colore.

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La nostra protagonista Eilis che gira per il paese natio vestita e con atteggiamento “americano” fa da enorme contrasto a tutto quanto. Le tensioni emotive condiscono il tutto. Lettere, amore, morte, scelte ecco come lo descriverei se dovessi fare un riassunto brevissimo.
Costumi e acconciature, soprattutto per Eilis, ben curate, ma sono un po’ di parte amando lo stile anni 50.

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Un film piacevole, non ci sono salti senza senso, scene inutili. Tutto scorre. Forse poco “coinvolgente”, proprio perchè molto pacato e controllato, direi realistico. SI vede che non è fatto da un’americano XD L’america è vista sì, come una terra di speranza, ma senza sovraccaricare l’idea stessa, senza esaltarla a dismisura.

La colonna sonora di Michael Brook mi è piaciuta, con l’uso principale di pianoforte/violino, con sonorità dalle ballate irlandesi e la mescolanza di suoni di strumenti tipicamente americani, come il banjo. Questo mash-up è vincente. Il canto gaelico alla mensa è meraviglioso

Come sempre, qui potrete trovare dei Behind the Scene interessanti, la preview della colonna sonora, ed il libro da cui è tratto.

Movie Challenge: Carol

Questo nuovo anno mi mette di buon umore con le sfide ed i cambiamenti che attendono. Riprendo a scrivere su questo blog un po’ per dare voce ai miei pareri che aleggiano nella mia mente.
Ad esempio ho deciso di guardare il maggior numero di film candidati ai Bafta ed agli Oscar. Una sfida non da poco, visto che manca meno di un mese ad entrambe le premiazioni. Mi è sempre piaciuto il cinema, soprattutto quei film che nessuno calcola, che passano un po’ in sordina. Ovviamente guardo anche i blockbuster, ma sono un’amante delle belle scenografie, degli ottimi costumi, delle musiche che ti segnano e di una fotografia eccellente (ed anche degli attori/attrici che ogni tanto mi sogno la notte in sogni senza alcuna logica, ma dalle forte emozioni).

Trovo qui lo spazio per scrivere la mia rubrica Giulia goes to Hollywood (sto ancora lavorando sul nome della rubrica).

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Ho iniziato guardando “Carol” di Todd Haynes. Le interpretazioni delle due attrici, Cate Blanchett (Carol Aird) e Rooney Mara ( Therese Belivet), entrambe candidate come migliore attrice protagonista e migliore coprotagonista, sono ottime. Leggendo in seguito il libro dal quale è tratto il film (“Il sapore del sale” successivamente “Carol” di Patricia Highsmith), ho compreso meglio l’atteggiamento di Therese.

Nel libro la tensione provata dalla ragazza, l’incertezza verso il futuro, sulle decisioni da prendere, dei sentimenti contrastanti, sono stati resi da Rooney con i suoi sguardi ed i suoi silenzi. I silenzi hanno parlato più delle battute. Cate Blanchett splendida donna borghese, un’ottima scelta, con la sua voce profonda ed un atteggiamento tra l’altezzoso e lo scherno. Sarah Paulson interpreta Abby (sembrava direttamente uscita dalla seconda stagione di American Horror Story). Forse il suo personaggio è stato quello più sacrificato, rispetto al libro, ma si sa, i tempi filmici sono differenti da quelli di un libro.
Le musiche originali di Cartel Burwell, ci accompagnano nella visione (le variazioni sul tema principale dell’opening non annoiano, ma sembrano diventare sempre più intime, più “dolci”), senza contare pezzi classici come quello di Billie Holiday Easy living.

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Adoro questo fotogramma. E’ tutto così ben equilibrato, decadente un ossimoro fatto dall’arredamento, dalla carta da parati, con il personaggio di Carol, ora privata dei suoi vestiti borghesi, ma comunque dignitosa ed elegante.

E’ un film che ho riguardato più volte, sia prima di leggere il libro sia dopo. Ovviamente avrei voluto più scene, per mostrare meglio il cambiamento emotivo in Therese prima e dopo l’avvento di Carol (anche se ho avvertito molto bene il “male di vivere” mentre lavorava nei grandi magazzini Frankenberg). Ho apprezzato la scelta di non farla essere scenografa, ma fotografa, filmicamente ha reso molto. Seguendo alcune interviste Todd Haynes ha dichiarato che la “gestazione” di questo film è durata 15 anni, incredibile! Le tempistiche di Hollywood mi lasciano perplessa. La coppia Haynes/Blanchett lavora bene (“Io non sono qui”, se non lo avete visto, guardatelo adesso). Rooney Mara personalmente una scoperta. Ricordo che, quando guardai il trailer, pensai che mi ricordava una giovane Audrey Hepburn.
La scelta dei costumi, delle ambientazioni mi ha catapultata negli anni 50, facendomeli vivere con gli occhi. Ora vorrei una vecchia pelliccia di visone per fare una fotografia ispirata al film.

 

Alcuni bozzetti dei costumi di scena realizzati da Sandy Powell, anche lei nominata agli Academy Award.

Leggendo commenti qua e là, ho letto che molti lo hanno trovato noioso e lento. Credo che questa sensazione sia scaturita dal fatto che veri e propri colpi di scena non c’è ne siano. L’opera della Highsmith vede come protagonista Therese ed i suoi pensieri, le sue paure, i suoi se ed i suoi ma. Rendere visivamente ciò che viene pensato, come un turbinio di informazioni che guizzano di qua e di là sarebbe stato complicato.
Credo che Haynes abbia optato per la soluzione diametralmente opposta, quello di rendere il tempo e le azioni lentamente. E’ come se tutto fosse scandito dal battere delle ciglia a rallentatore. Non ho trovato questa scelta noiosa, credo che rendesse il giusto pathos alle vicende.

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Se siete come me, che amate il dietro alle quinte, questo video potrebbe interessarvi.
Per essere un film di genere,  sono contenta che sia stato proposto al vasto pubblico (o in quelle sale che non lo hanno messo in proiezione per 3 giorni, come è capitato qui da me). Il trailer italiano non lasciava intendere molto sulla trama…forse questo ha ingannato gli spettatori meno informati.

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“Gennaio.

Era ogni genere di cose, ed era una cosa sola, come una solida porta. La sua temperatura gelida chiudeva la città in una capsula di grigiore. Gennaio era una serie di momenti, ed era un intero anno. Gennaio faceva piovere istanti, e li cristallizzava nella memoria: la donna che lei aveva visto scrutare ansiosamente i nomi, alla luce di un fiammifero, in un androne buio, l’uomo che scarabocchiava qualcosa e porgeva il pezzetto di carta all’amico prima che si separassero sul marciapiede, l’uomo che faceva tutto un isolato di corsa per prendere un autobus e ci riusciva. Ogni azione umana sembrava avere un che di magico. Gennaio era un mese bifronte, tintinnante come i campanelli di un giullare, scricchiolante come la neve incrostata, puro come qualsiasi inizio, arcigno come un vecchio, misteriosamente familiare e tuttavia ignoto, come un vocabolo che si può quasi ma non del tutto definire” [“Carol” – Patricia Highsmith]

Non so ancora giudicare se darei il mio personale oscar a loro due, ma una cosa è certa: se vincesse Cate Blanchett spero che venga invitata da Ellen DeGeneres. Se non vi è mai capitato di vedere le sue interviste, prendetevi qualche momento per cercarle. Scoprirete che dietro all’algida bionda si nasconde una donna che fa un sacco di battute.

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Consigli per gli acquisti (devo trovare un titolo decente anche per questa sezione)

“Carol” – Patricia Highsmith
Carol Soundtrack