Eugene Smith, mondo d’ombra

A cosa serve una grande profondità di campo se non c’è un’adeguata profondità di sentimento?

Eugene Smith

William Eugene Smith nasce il 30 dicembre 1918 a Wichita, nel Kansas.
Il suo avvicinamento alla fotografia avviene in tenera età, grazie alle madre, amante della pellicola.
Vive un’esistenza “normale”; fino a quando un fatto tragico sconvolge la sua vita: il suicidio del padre durante gli anni del liceo.
Smith, da allora, comincia ad essere quasi ossessionato dalla macchina fotografica, ma grazie ad esso, riesce a superare la perdita.
Il suo talento è ben visibile fin da ragazzo, lavora per il giornale locale, nella rubrica sportiva, si iscrive ad una scuola specializzata in fotografia, ma la lascia dopo i primi sei mesi. Si trasferisce a New York dove comincia a collaborare con Newsweek, ma anche come freelancer, con New York Times, Harper’s Bazaar e Life.

The Second World War, Iwo Jima, Sticks and Stones

Soldier in Okinawa in 1945

Dying infant found by American soldier in Saipan Mountains

Il periodo con Life porta Smith nelle zone di guerra, nel Pacifico (Saipan, Okinawa, Iwo Jima), per terra, mare ed aria. La sua carriera venne interrotta nel 1945, durante l’invasione di Okinawa. Una granata compromise il suo volto e le sue mani seriamente. Dopo numerosi ricoveri ed interventi chirurgici, il desiderio di ritornare a scattare è forte, ma, questa volta, ciò che vuole trasmettere tramite le proprie immagini sono concetti come la speranza, le gioia, la coscienza sociale.

“Il giorno in cui ho provato per la prima volta a fare una fotografia, riuscivo a stento a caricare il rullino nella macchina fotografica. Eppure ero deciso che la prima fotografia sarebbe stata un contrasto tra le fotografie di guerra ed avrebbe parlato dell’affermazione della vita”

The walk to paradise garden

Viene “alla luce” l’immagine di due bambini, i suoi figli, che emergono da una foresta oscura, “The walk to Paradise Garden”. In questo periodo Smith produce lavori come Country Doctor, Nurse Midwife, The Spanish Village. Smith si immerge completamente e totalmente nella vita dei propri soggetti, un approccio del tutto nuovo per i tempi. Life pubblica molti di questi lavori, anche se non riesce del tutto a capire ed appoggiare il suo metodo fotogiornalistico. Le tensioni divennero tali da spingere Smith a lasciare Life, per abbracciare Magnum, la quale appoggiava e sosteneva totalmente la sua visione fotogiornalistica.

Serie “Country Doctor”

Serie “Country Doctor”

Serie “Country Doctor”

Smith continua a produrre immagini d’autore, supportato anche dalle borse di studio Guggenheim. Uno dei suoi progetti più titanici, riguarda la città di Pittsburgh. Vennero realizzate 11 mila immagini fotografiche, ma nessuna di esse vide la luce, provando scompiglio all’interno di Magnum. Il progetto Pittsburgh lasciò fisicamente, mentalmente e finanziariamente Smith esausto.

Pittsburgh Photographs

Pittsburgh Essay, (Church)

Decide di lasciare Magnum e di trasferirsi a New York, dove produce una serie di immagini realizzate dalla propria finestra.

The Jazz Loft Project

 

821 Sixth Avenue in New York

1971 inizia il progetto Minimata, un piccolo villaggio di pescatori in Giappone finanziato da Hitachi. Le acque del villaggio erano ricche di mercurio, a causa dell’industrializzazione. Generazioni intere di persone portavano sul loro viso, i segni devastanti di quello scempio.

Tomoko Uemura in Her Bath

Aileen Mioko Smith co-authored with W. Eugene Smith

L’uomo riceve numerosi premi, viaggia per insegnare fotografia ed approda a Tucson, Arizona, nel 1977, per insegnare all’università. Un anno dopo, un ictus celebrale stronca la vita di Eugene Smith.

“Sono sempre combattuto con l’atteggiamento del giornalista, che è un registratore di fatti, e l’artista, che spesso è necessariamente contro i fatti. La mia principale preoccupazione è per l’onestà, soprattutto l’onestà con me stesso”

L’animo di Smith è sempre stato molto irrequieto, e questa sua tensione, era facilmente leggibile, nelle proprie immagini. Bianchi e neri netti, forti, dove la luce emerge a fatica, soffocata, ma allo stesso tempo intimi, come se noi spettatori stessimo lì, al suo fianco ad osservare la scena. Dopo l’incidente del 1945, Smith diventa sempre più dipendente da alchool ed anfetamine, la depressione, insieme a momenti di grandiosità si alternano come in una danza per tutta la sua vita.

Letture:  W. Eugene Smith, ed. Contrasto

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La camera chiara

Da qualche giorno ho intrapreso la lettura de La camera chiara, di Barthes, un saggio anonimo in una libreria enorme, un nome che ai più, dice nulla. Copertina grigia, decorata con dei quadrati blu, uno cobalto ed uno nero. All’interno le pagine, stampate su carta lucida, si susseguono con poche immagini. E’ incredibile come questo piccolo volumetto, possa contenere tanti punti su cui riflettere. Mi ha colpito molto l’incipit del libro:

Un giorno, molto tempo fa, mi capitò sottomano una fotografia dell’ultimo fratello di Napoleone, Girolamo (1852). In quel momento, con uno stupore che da allora non ho mai potuto ridurre, mi dissi: “Sto vedendo gli occhi che hanno visto l’imperatore”. A volte mi capitava di parlare di quello stupore, ma siccome nessuno sembrava condividerlo, e neppure comprenderlo (la vita è fatta di piccole solitudini), lo dimenticai”

Inizia così la ricerca di Roland Barthes nei meandri della fotografia, una ricerca ontologica piuttosto che legata alla storia stessa della tecnica fotografica o dei suoi autori. Lo scopo dell’autore è di capire il perchè certe foto suscitano in noi un’emozione, un qualcosa che le rende speciali.
Barthes ci parla della figura dell’operator, cioè colui che sta facendo la fotografia, il cui compito è quello di sorprendere, nel senso di creare uno shock, cogliere l’attimo. Non è forse vero che nelle foto in cui non siamo in posa, gli scatti rubati, siano raffigurazioni del vero? Il fotografo/operator riesce a rivelare ciò che era ben nascosto, anche a noi stessi, di cui non si era consapevoli.
Da qui scaturiscono una serie di sorprese: quella del raro, cioè qualcosa di mai visto (un bambino con la coda, l’uomo con due teste, il numen, ovvero quando viene congelato e riprodotto un movimento nel punto preciso della sua corsa, in cui l’occhio umano non riesce a fissarlo, la prodezza, le sovraimpressioni.
Barthes paragona l’operator ad un acrobata che sfida le leggi del probabile e del possibile.
Un’altra figura è quella dello spectator, ovvero noi tutti che fruiamo, consapevolmente o meno delle immagini. Infine c’è colui che è fotografato lo spectrum.
Altro punto fondamentale della ricerca dell’autore era capire quali immagini provocassero in lui piacere e soprattutto perchè.

[…] constatavo che certune provocavano in me gioie sottili, come se rinviassero a un centro sottaciuto, a un bene erotico o straziante, nascosto dentro di me ( per quanto apparentemente sensato fosse il loro soggetto); e che altre, al contrario mi lasciavano talmente indifferente che a forza di vederle moltiplicarsi, come malerba, provavo nei loro confronti una sorta di avversione, d’irritazione: ci sono dei momenti in cui io detesto la fotografia […]

Barthes consta anche che non amava tutte le foto di un’unico autore.
Giunge ad una soluzione del suo piacere che, personalmente, trovo bellissima: avventura.
In alcune foto avviene questa avventura, in altre no, quella cosa che ci fa fare tilt dentro di noi, che spicca sulle altre immagini. E’ come se la fotografia si animasse e, in questo modo, anima il mio animo, ed è questo che fa ogni avventura.

Koen Wessing – Nicaragua: l’esercito pattuglia le strade, 1979

Nell’immagine di Koen Wessing, la foto esisteva, per la co-presenza di due elementi esterni alla vicenda, che non appartenevano allo stesso contesto: i militari e le suore.

Questo non rendeva la foto migliore né una particolare curiosità. Questa foto esisteva e creava interessamento, lo studium. Grazie allo studium noi ci interessiamo a molte immagini, siano esse testimonianze, che quadri storici. Questo avviene quando sono io ad andare in sua ricerca, ma può accadere anche che dalla scena stessa di un’immagine, come una freccia, io rimanga colpito: il punctum.

Lo studium possiamo notarlo in quelle fotografie di persone per strada, che indossano abiti dell’epoca in cui sono vissute. La fotografia può darmi queste informazioni.

William Klein – 1° maggio a Mosca

Il punctum è, generalmente, un particolare, che possiamo notare solo dopo aver guardato un po’ l’immagine, in silenzio se fosse possibile, in modo tale da poter dialogare con essa.
William Klein fotografò dei bambini in un quartiere italiano di New York: l’immagine è divertente, ma ciò che colpisce l’autore sono i brutti denti dei ragazzi.

William Klein – New York, 1954, il quartiere italiano

La camera chiara è un libro che nasconde molte avventure per capitani che hanno voglia di intraprendere viaggi insoliti dal foro stenopeico della macchina fotografica.

Dimmi come ti rifletti

La nostra immagine riflessa nasconde e rivela un’io che abitiamo e conosciamo, spettro reale e veritiero della nostra esistenza. L’autoritratto affascina, seduce, cela, mostra, indaga. In una semplice immagine mostriamo noi stessi o ci mimetizziamo con oggetti e suppellettili che raccontano una parte del nostro viaggio.
Nell’autoritratto non vediamo mai il fotografo, che ritrae, ma soltanto la sua raffigurazione, ed essa conferisce sia autorità a se stessa che alla propria arte.

Lotte Jacobi

Lotte Jacobi si ritrae con il pulsante per lo scatto a distanza, cordone ombelicale dal mezzo che le dona vita, ma l’immagine è riflessa allo specchio, pensiero che si ripete duplicandosi.

Germaine Krull

Germaine Krull occulta il proprio viso e il nostro sguardo. Sottolinea che, al centro della sua opera d’arte, è la fotografia, con essa il suo occhio, il suo modo di vedere. L’apperecchio fotografico è esso stesso Germaine Krull, un corpo macchina, fatto di ingranaggi lenti, automatismi, e non la donna fatta di carne.

Diane Arbus

Capita che il corpo stesso entri a far parte del proprio autoritratto. Diane Arbus intreccia il proprio piacere narcisistico ed esibizionista del corpo femminile ad uno sguardo estraneo. Lo specchio non è perfettamente centrale, quasi ad indicare che aldilà di esso c’è dell’altro. La fotografa sceglie di raffigurarsi seguendo il linguaggio iconografico tradizionale: la donna deve piacere ad uno spettatore immaginario. In un’unico scatto la Arbus ricopre tre ruoli: quello dello spettatore, dell’oggetto osservato e della fruitrice che gode del proprio operato.

A volte si parla di mascherata, di messa in scena. Questa espressione era spiegata nel saggio Femminilità come mascherata di Joan Rivière, nel quale si avanzava la tesi che le donne di successo amavano vestirsi in maniera ultrafemminile per prevenire le paure dei loro colleghi maschi, un mascheramento di illusori attributi maschili. Questo concetto possiamo riportarlo anche in fotografia dove vengono seguiti, spesso, stereotipi di abbigliamento specifici (il barbone vestito male, con un cappotto cencioso ed un cappello di lana, quello della vamp con abito succinto e scollatura vertiginosa, ecc), di atteggiamenti gestuali, di posture del corpo. Ecco la mascherata che va in scena. La donna indossa sempre un ruolo, è un mettersi in mostra per essere percepita con un qualche significato riconosciuto dal contesto culturale, ma contemporaneamente è rimanere sconosciute.
Lee Miller si auto rappresenta come oggetto d’uso, imitando con il corpo e la postura le dive del suo tempo. Claude Cahum ci mostra un io truccato da pagliaccio, in duplice presenza.

Claude Cahun

Come dimenticare, infine, che il ritratto classico era considerato un inquietante annunciatore di morte? La fotografia lega a sé l’affermazione del rendere immortale un soggetto, e ribadisce, in ogni istante, che il nostro presente diventa passato. C’è chi come Meret Oppenheim ha condotto all’estremo questo significato, proponendo come autoritratto la radiografia del proprio cranio. Il gesto è ironico. Più si penetra in profondità nell’intimo dell’essere umano, si finisce per trovare soltanto ossa, mentre la verità essenziale della persona ritratta continua a sfuggire. Il cranio è traccia visuale per la Oppenheim: la sagoma dei munili, delle dita scheletriche, trasmettono vitalità.

Meret Oppenheim

E voi, che tipo di autoritratto fareste?

Ritratto di signora

Nel marasma dei fotografi che hanno popolato, cambiato, sensibilizzato, confuso, informato, abbellito il mondo della fotografia, mi ritrovo a parlare della spesso della componente femminile che ha condiviso le stesse emozioni con i suoi colleghi maschi.

Sarà la vicinanza di cromosomi che mi conduce a rivolgere particolare attenzione al mondo delle fotografe ma, andando oltre, oggi vorrei parlare di donne viste dalle donne.

 

Potrei perdermi in un entropico numero di esempio per ogni soggetto che mi/vi viene in mente, ma non voglio essere un compendio o un bignami. Parlo di persone vere, di lavori svolti e se con le mie poche righe vi avrò incuriosito, sarà il vostro animo Ulissiano a condurre ricerche più approfondite al riguardo.

 

Roland Barthes, nella sua opera Camera chiara, ci spiega come il fascino che la fotografia emana consiste su una certezza di base: quello che è stato fotografato esisteva effettivamente nel momento dello scatto, la fotografia documenta una realtà storica. L’immagine attesta un dialogo tra l’esecutore il suo interlocutore. Questo fa nascere in noi emozioni, in questo modo sopravvive anche l’aspetto essenziale del modello, è l’eternarsi di un momento.

 

Questo duplice aspetto dell’immagine è particolarmente presente nel ritratto.

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Nel 1974 Annie Leibovitz fotografa sua madre, Marilyn. La donna, ad una prima visione, appare rilassata, distesa, con una certa dignità, ma andando oltre. Lo sguardo non è rivolto verso la figlia, gli occhi sono volti come ad osservare un tempo passato, vissuto in prima persona, che unisce e separa la genitrice da Annie. La madre ha conosciuto un mondo in cui la figlia non esisteva e, contemporaneamente, un mondo che lei non potrà conoscere

Questa fotografia acquisisce un significato profondo poiché fa riferimento alla realtà, lega il tempo tra le due donne, ma non solo: il volto della madre, ha lineamenti simili a quelli della figlia e questo modo la Leibovitz riscopre le proprie origini, la propria mortalità. Il volto della madre diventa così immortale.

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Nel 1929 Aenne Biermann fotografa sua figlia Helga. Lo sguardo lontano, una penna in mano. La bambina sembra perduta nei propri pensieri.

Ciò che la Biermann ha colto è un attimo sospeso. C’è una leggera tensione nell’immagine che occupa tutta l’inquadratura: il futuro di Helga non è ancora stato deciso, tutto può accadere.

Come nell’immagine della Leibovitz c’è una forte empatia tra soggetto ed esecutore, ma in questo caso, l’emozione trasmessa dagli occhi della bambina ci rivela una certa fragilità. E’ come se fosse stata immortalata l’innocenza e la speranza in Helga.

 

Quando, invece, sono fotografe che ritraggono altre fotografe?

Le esecutrici cercano di trasportare l’aspirazione artistica della collega nel proprio linguaggio visivo, una sorta di citazione e commento tra le due.

Mary Ellen Mark, nel suo ritratto a Diane Arbus, rispecchia in maniera impareggiabile questo atteggiamento. Entrambe erano accomunate dalla documentazione sociale. Nello scatto di Ellen Mark, Diane Arbus sembra uno dei suoi personaggi “disadattati”, emarginati. C’è una sproporzione tra testa e mani, rispetto al corpo, viene esaltata la deformazione. Lo sguardo della Arbus è diretto in camera, così come la donna amava ritrarre i propri soggetti. Il punto di vista cambia: l’intensità dello sguardo del soggetto fotografato è intenso, implicitamente Ellen Mark diventa “modella” di un’immaginaria fotografia della Arbus.

 

Il mondo della fotografia femminile è così eterogeneo e complesso che è impossibile raccogliere anche solo una parte in un post di un blog nel mare di internet. Ogni qualvolta mi ritrovo a leggere biografie, libri, citazioni di fotografe, cerco di immedesimarmi in loro, nella loro situazione sociale, emozionale, nel periodo storico in cui operarono. C’è così tanto da dire, e così poche notizie, mostre, monografie dedicate a chi, in qualche maniera, ha cambiato, sensibilizzato, confuso, informato, abbellito questo mondo.

Continuerò ad esplorare questo anfratto fotografico, e a scrivere di coloro le quali hanno reso una semplice domenica di ottobre un po’ più ricca.

 

 

Letture: Donne viste dalle donne – una storia illustrata delle donne fotografe da Julia Margaret Cameron a Vanessa Beecroft – Edizione Contrasto.

La camera chiara. Nota sulla fotografia – Barthes Roland – Edizione Einaudi

Uno sguardo grottesco con Diane Arbus

“Il bello delle cose è nella mente che le contempla” David Hume

Quando abbracciamo il mondo della fotografia, l’obiettivo di molti fotografi è quello di ottenere una bella immagine, di un bel soggetto, di un bel paesaggio, del bello in generale.

Ma cosa vuol dire davvero fotografare? Secondo Susan Sontag è attribuire importanza.

Non esiste soggetto che non si possa rendere bello, tenendo conto che è inscindibile eliminare valore ai propri soggetti. Valore è qualcosa di soggettivo, ma non esiste un momento più importante di un’altro, né una persona più interessante di un’altra. Il valore è quel qui che noi gli attribuiamo. Un soggetto banale per la maggior parte degli spettatori, può diventare l’apice di interesse per un fotografo/artista che prende coscienza di ciò che ha di fronte, del suo significato e di ciò che vuole esprimere. Ora, dimenticativi di tutti quelli che si spacciano come “artisti” utilizzando cellulari e che fotografano perchè è tanto da hipster in questo periodo, senza avere una base di pensiero dietro lo scatto. Non parlo di nozioni tecniche, non solo, ma di tutto quello stato emozionale e di ricerca che si cela dietro ad uno scatto.

Se poi vogliamo perderci nel concetto di bellezza, dobbiamo percorrere una strada lunga ed affascinante, imbattendoci nel riflesso dell’armonia di tutte le cose, come affermava Aristotele, in tutto ciò che è proporzionato , integro e luminoso, secondo Agostino o attraverso le emozioni come ci spiegherà Goethe.

“Il mondo non è stato creato una volta, ma tutte le volte che è comparso un artista originale” Proust.

Una delle prime pioniere a sfatare il mito della fotografia con bei soggetti è stata Diane Arbus, durante la sua retrospettiva al Museum of Modern Art nel 1972.

Centododici fotografie che rappresentavano un vasto assortimento di mostri, abomini, in pose goffe, buffe, agghindate in maniera bizzarra e ridicola, completamente antiestetici in ambienti lugubri e tristi.

Ciò che la Arbus fece fu quello di denotare una realtà presente in America (e non solo) per elevarla, farla conoscere: l’umanità non è “una”.

Le sue opere non suscitarono, come ci si aspetterebbe, un sentimento di compassione, verso questi relitti umani, al contrario, vennero elogiate per la loro obiettività.

La anormalità, dall’aspetto strano, che tanto attirava Diane, era ed è più normale di chi pretende e rivendica di essere normale. La sofferenza è molto più leggibile nei ritratti dei normali.

I ritratti della fotografa verso questi fenomeni da baraccone, sono volutamente enfatizzati, poiché Arbus voleva che i suoi soggetti fossero consapevoli dell’atto a cui partecipavano, incoraggiandoli ad essere goffi, ad interpretare loro stessi, senza cadere nella parodia.

I protagonisti dei ritratti non sembrano accorgersi di essere brutti. L’accento non va posto sul loro aspetto fisico, ma sulla loro indifferenza.

Diane Arbus non giudica l’esistenza, il trascorrere dei giorni dei suoi soggetti, si limita a visitare le loro vite, è una visione esterna. L’opera di Arbus rappresenta una forte critica verso tutto ciò era pubblico, convenzionale, sicuro, a favore di ciò che era privato, segreto, brutto e affascinante.

Pensare a questi contrasti oggi ci sembra assurdo, ma per l’epoca in cui operò la fotografa, non lo era.

“Una fotografia è un segreto che parla di un segreto. Più essa racconta, meno è possibile conoscere” Diane Arbus

 

Letture: Sulla fotografia – realtà e immagine nella nostra società, di Susan Sontag, ed. Piccola Biblioteca Einaudi.

Annemarie Schwarzenbach – Fascino androgino di una vita al confine

Effettivamente in quanto donna, non ho un paese. In quanto donna, non voglio un paese, in quanto donna il mio paese è il mondo intero.

Virginia Woolf

Dimentichiamoci dei dandy come Oscar Wilde, di Charles Baudelaire, di uomini a cavallo tra fine ottocento ed inizio novecento. Il nuovo secolo vede emergere una nuova ed intrigante figura all’orizzonte, una trasformazione da ciò a cui il mondo era abituato. Il dandy rinasce e si reincarna in figure femminili forti, androgine, che si vogliono imporre sulla scena sociale. E’ un epoca di enormi cambiamenti, di radicali trasformazioni in ambito sociale, politico e culturale per la donna, con la sua richiesta di emancipazione. E’ proprio tra le due guerre mondiali che il dandy maschile va, via via affievolendosi, per lasciare spazio ad una nuova identità che attinge elementi dal suo passato dandistico, ma anche creandone di inedite. Nasce così la femme performer, affascinata dai giochi di genere, dalla industrializzazione dai fenomeni di massa. La fotografia diventa il mezzo per comunicare con il mondo, con ritratti di donne intente ad adoperarsi in azioni che sono state legate da secoli alla figura maschile. La moda aiuta questa emancipazione: ecco ora il look alla maschietta, uno stile unisex, un linguaggio visivo che segnava la liberazione dai canoni classici della donna come angelo del focolare.

La femme moderne è una donna vincente, anche il cinema vuole sottolineare questo aspetto, si pensi solo a Marlene Dietrich in Morocco, o Greta Garbo nella Regina Cristina.

La lista non si limita al mondo dello spettacolo, ma anche alla scrittura, al giornalismo, alle arti in generale.

Ed è in questo clima che percorre la sua vita Annemarie Schwarzenbach.

Nasce a Zurigo il 23 maggio 1908. Figlia di una famiglia benestante, vive un’infanzia ed un’adolescenza segnata dalla presenza possessiva ed ingombrante della madre, con la quale vivrà sempre un rapporto di amore e repulsione. La sua salute è cagionevole, ma questo non le impedì di sviluppare una forte personalità.

Ama la scrittura, che trasformerà in un lavoro diventando giornalista per diverse testate.

La sua presenza in società è carismatica, forte, un fascino ambiguo. Marianne Breslauer, fotografa, ne parla così:

Mi fece allora lo stesso effetto che faceva a tutti: uno strano miscuglio di uomo e di donna […] non un essere vivente, ma un’opera d’arte.

Dopo la scrittura c’è la fotografia, con una duplice funzionalità: fermare su pellicola immagini di luoghi lontani per accompagnare visivamente i suoi viaggi al confine del mondo e dall’altro servirà agli altri a catturare il suo volto.

La sua instabilità emotiva ed esistenziale, la porteranno ad abbandonare la neutrale Svizzera, per spingersi verso terre lontane, bisognose di essere raccontare, di essere vissute. Viaggia attraverso l’Asia, l’America, l’Africa. Si muove non solo a scopo giornalistico, ma è anche una fuga da se stessa, dalle droghe che creano in lei sempre una maggiore dipendenza.

Con la fotografa Barbara Wright parte per gli Stati Uniti per realizzare un reportage sociale, dopo la crisi del 1929 e il New Deal, nelle regioni più arretrate del paese.
Fotografa la condizione dei braccianti del sud, il razzismo, lo sfruttamento del lavoro minorile le condizioni disumane di lavoro degli operai. Annemarie, quando fotografa, sceglie di stare ad una distanza abbastanza ravvicinata dal soggetto e con un punto di vista ribassato, cerca, al tempo stesso di entrare in contatto diretto con il soggetto di fronte a sé, ma anche di farle emergere, donando a loro una certa fermezza, un loro io personale.

Una foto può dirsi riuscita solo se il contenuto si “impone immediatamente” all’osservatore.

L’entusiasmo di essere a New York, cede presto il passo ad un rifiuto verso la città, emblema stesso dell’isolamento dell’uomo, della propria solitudine. E’ questo anche il periodo del suo stadio estremo d’instabilità e depressione, infatti tra il 1938 e il 1939, trascorrerà molto tempo all’interno di cliniche specialistiche.

Ma la sua voglia di raccontare, di ricercare, di comprendere è sempre più viva.

Passerà un breve periodo in Cecoslovacchia come fotogiornalista professionista, dove assisterà ai prodromi della guerra mondiale.
Lascerà l’Europa con Ella Maillart nel giugno del 1939 a bordo di una Ford Roadster, per intraprendere un viaggio verso l’Afghanistan fino all’India. Il viaggio è finanziato da un’importante rete di agenzie giornalistiche e riviste che scommettono sull’avventura delle due donne.

E’ un viaggio non privo di difficoltà, ma anche di grande creatività, spunti su cui riflettere, come, ad esempio, l’articolo Le donne di Kabul, dove Annemarie si interroga sulla condizione della donna di Afghanistan.

Ma anche questo viaggio volge al termine, per portare la donna un’ultima volta negli Stati Uniti e poi toccare il Congo Belga.

Paradossalmente alla sua vita avventura, troverà la morte in un banale incidente in bicicletta, che mina la sua salute già cagionevole, che la porterà alla fine il 15 novembre 1942.

Annamarie Schwarzenbach è stata simbolo di un periodo storico, fatto di intrecci politici, culturali e sociali, ma anche di una vita tormentata, fatta di paure, ansie dubbi, infelicità e successo, alla ricerca di un po’ di felicità.

Letture: “Moderne icone di moda – la costruzione fotografica del mito”  di Federica Muzzarelli – Ed. Einaudi

Alice Springs

Una domenica mattina, Helmut era a letto con l’influenza, e non poteva prendere parte al suo rendezvous per fotografare un modello per la pubblicità delle sigarette Gitanes presso Place Vendome. Visto che qualcuno doveva avvertire il ragazzo, ho suggerito che potevo andare io, portando la macchina fotografica con me e scattare delle foto, ben sapendo che quello non era un lavoro di Helmut, che avrebbe potuto rifare lo scatto durante la settimana. Helmut mi mostrò come utilizzare l’esposimetro e come caricare la macchina, e ho scattato la foto. L’abbiamo mandata al cliente e ho capito che ero entrata nel business quando il compenso arrivò alla posta di Helmut”

Sguardo da seduttore consumato, una scia di di fumo si confonde ed avvolge il viso, lo sguardo lontano, abbigliamento di una generazione piena di sogni e di voglia di capovolgere il mondo. Ecco il primo scatto di Alice Springs, che sostituì il marito nel 1970 per la pubblicità di Gitanes.

 

Viene inaugurata il 27 settembre alla Fondazione Helmut Newton di Berlino una retrospettiva su June Browne, meglio nota con lo pseudonimo Alice Springs. Nel 1948 convogliò a nozze con Helmut Newton, dopo essere stata per lui sua modella.

L’episodio di Gitanes segna l’inizio della sua ascesa nel mondo della fotografia.

Arrivano nuove esperienze, come gli scatti per la campagna Jean Louis David. Donne con caschetti curatissimi, padrone della città, donne carismaiche, divertenti, sensuali, donne vere.

 

Gli anni 70 sono ricchi di soddisfazione per Alice.

 

“E poi è arrivato Depece Mode. L’editor in chief aveva chiesto ad Helmut di lavorare per lui, ma Helmut era già sotto contratto con Conde Nast e fece il mio nome. Mi fu affidato un compito, con la condizione che avrebbero potuto avere diritto di veto, nel caso in cui non gli fosse piaciuto. Per mia fortuna il lavoro fu accettato e divenni un contributor regolare. C’era una ventata nuova ed io ero parte di essa”

Street Look provocatori di una Parigi in fermento

 

L’unione con Helmut la portò a conoscere persone importanti del mondo della moda, del cinema, dell’arte. Entrare in salotti altolocati, scattare ritratti di personalità forti, che guidavano e guidano, un mondo a cui molti ambiscono.

Ritratti veri, bianchi e neri che condiscono uomini e donne nei loro spazi più intimi, riflessi del loro estro.

 

Ma Alice coglie anche sguardi e personalità lontane dalle passerelle, dai riflettori. Visi sorridenti, attimi rubati, tutto impresso sulla pellicola. Alice riesce a trasmettere una sensazione “casalinga”, come se noi tutti conoscessimo le persone da lei ritratte, come se noi tutti fossimo passati a Ca’ del Bosco a Erbusco

Poi venne la danza, il nudo, ed Helmut. Scatti nei suoi set durante i servizi fotografici, mentre lavora, c’è amore nella fugace figura di Helmut a Maui, durante gli scatti per American Vogue.

Citazioni tratte da Alice Springs photographs – ed. Taschen

Werner Bischof – uno sguardo neorealista

Venerdì 20 settembre, a Torino presso Palazzo Reale, è stata inaugurata la personale del fotografo Werner Bischof. Se questo nome non vi dice nulla, procuratevi immediatamente un libro di storia di fotografia o aprite Wikipedia. Vi siete persi immagini di un’uomo che vedeva oltre.

A tutto si può rimediare, fortunatamente.

Warner Bischof (1916-1954) nasce a Zurigo, dove cresce, studia e si lascia guidare dal suo mentore Alfred Williman, tanto da aprire il proprio studio fotografico proprio sopra quello del suo insegnate (immaginiamo, al giorno d’oggi, aprire uno studio fotografico al fianco di un’altro, il cui proprietario ha stampato tutte le nostre foto, da infanti, fino a quella della laurea. Perchè non riesco a vedere un rapporto idilliaco come quello tra Warner ed Alfred?)

Sono gli anni dei primi esperimenti, delle foto commerciali dalle quali, in futuro si allontanerà.
Parte per Parigi, il suo sogno è fare il pittore, ma la guerra cancella colori e pennelli, riportandolo in Svizzera, verso la fotografia.

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1945 la rivista Du gli offre un visto per girare l’Europa ed inizia la sua documentazione postbellica. Passa la Germania, la Francia, Lussemburgo, Belgio, Olanda, l’Italia, dove conoscerà la sua futura moglie Rosellina Mandel, l’Ungheria, la Romania, Cecoslovacchia, Finlandia per concludere il suo pellegrinaggio in Norvegia. Lo sguardo di Bischof è volto alle persone, soprattutto ai bambini, colpito dalla loro innocenza, vittime bianche della guerra. L’uomo nella sua dimensione esistenziale è protagonista dei suoi scatti.

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1949 entra a far parte dell’agenzia Magnum, diventando un fotoreporter.
Il suo modo di fare reportage si allontana dagli stilemi classici, a cui i lettori di Life erano abituati. La sua documentazione non è chiassosa, esasperata, non è assetato di sollevare scandali. Le sue foto ricercano la profondità dei fenomeni e riescono a sensibilizzare il mondo. E’ il caso del suo viaggio in India, nel 1951, dove passerà sei mesi.
Il governo indiano lo vede come personaggio scomodo, lui vaga per la città, le vie, mostrandosi alla gente comune, senza invaderla, documentando la miserrime condizioni di vita di quel popolo.

“[…] Tu non capisci una cosa, caro papà, cioè che io faccio questi viaggi non per il desiderio di nuove sensazioni, ma per un cambiamento completo della mia personalità […]

Nello stesso anno si reca in Giappone, per realizzare un reportage sulla guerra in Corea. Vi rimarrà un anno.
Il Sol Levante lo affascina nel profondo (solo un insensibile potrebbe non rimanere affascinato da questa terra). Del Giappone coglie i suoi aspetti più zen, il suo essere elegantemente immobile, la sua sottile incomunicabilità, un mondo fluttuante che si sta occidentalizzando.

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Raggiunge l’Indocina via Hong Kong, dove sarà corrispondente per tre mesi per Paris Match.

“Adesso sono diventato reporter, parola che ho sempre profondamente odiato. Penso che la concentrazione che mettevo nel mio materiale adesso si è spostata sull’aspetto umano, che è molto più complicato perchè non lo si può pianificare”

Nel 1953 progetta un viaggio verso l’America. Per quattro mesi viaggia insieme alla moglie per documentare la costruzione di nuove autostrade negli Stati Uniti. Nel 1954 vola, da solo, verso Panama, Santiago del Cile e Lima. Fotografa la quotidianità, la vita della gente, lavoro che poco interessa alle testate giornalistiche.

“Davvero io non sono un fotogiornalista. Purtroppo non ho alcun potere contro questi grandi giornali, non posso nulla, è come se prostituissi il mio lavoro e ne ho davvero abbastanza. Nel profondo del mio cuore io sono sempre, e sempre sarò, un artista”.

La macchina che lo stava conducendo verso una miniera in alta quota precipita, per 4000 metri di altitudine nel vuoto, ponendo fine alla vita di un reporter  scomodo, lasciando una moglie, il figlio Marco e un bambino che sarebbe nato da li a poco. Il figlio Marco, definisce la vita del padre “avventurosa”, artista a tutto tondo, non solo fotografo. Sono conservati i quaderni dove era solito prendere appunti, fare schizzi, disegni, piccole opere tascabili, ricordi, frammenti.
Toccante è la risposta di Marco alla domanda relativa al rapporto con suo padre:

“Una volta ho calcolato che in tutto l’avrò visto sì e no sei mesi. Mi dicevano che lui era dagli Indios e io mi ero fatto di lui un’immagine avventurosa. Dai suoi viaggi mi mandava lettere e disegni bellissimi. Poi è morto, ma per me continuava a essere dagli Indios. Quando avevo circa sette anni ho conosciuto Renè Burri, a quel punto era come se avessi acuto due padri, uno accanto a me e uno lontano, in Perù che avevo voglia di andare a cercare. Mia madre, scomparsa nel 1986, mi ha sempre raccontato che quando ero piccolo, allora abitavamo a Leimbach, nei pressi di Zurigo, ero sparito di casa. Mi hanno ritrovato alla stazione, volevo andare a Parigi, dove c’era la Magnum, forse là avrei potuto trovare mio padre”

[Letture e citazioni tratte da Warner Bischof – SilvanaEditoriale]

La metempsicosi, ma è brutta!

Cosa provate quando osservate un’immagine che vi piace?

Prendete una rivista e cominciate a lasciare scivolare le sue pagine fra le vostre dita. Guardatela anche velocemente, sarà il vostro occhio a dirvi quando fermarvi.

ImmagineMi auguro che, una fotografia come questa, possa scuotere il vostro animo. Per chi se lo fosse perso, sono scatti di Annie (oh my god ti adoro) Leibovitz per il film “Les Miserables”.
Proprio con quest’immagine, sono entrata in brusco contatto, con la percezione dei giovani.
E’ stato un momento molto brutto e scadente, uno di quelli che non vorresti vivere, nè leggere, nè credere che sia successo veramente.
Girovagando nei meandri  di facebook, un’amica in comune, condivide, giustamente sdegnata, il commento di una ragazza su Fantine.
La giovane era sconcertata, per usare il termine corretto, del fatto che avessero reso così brutta l’attrice, tutta storta, ma, principalmente, che l’immagine era brutta.
Partendo dal fatto che lei non era conscia di riferirsi direttamente all’immagine, ma come è possibile un’asserzione del genere?!
Tralasciamo che il soggetto, non aveva in mente nè la storia, nè la storia dell’arte (sospetto un richiamo ad Ingres), se no avrebbe capito il perchè della posa, della luce e del personaggio.
L’emozione che ha provato guardando l’immagine è stata “brutta”…avrei capito disperata, patetica, triste, rassegnata, ma brutta o__o
Sono rimasta basita dal fatto che il nostro occhio, che dovrebbe essere abituato a belle immagini, non lo sia, o non sia in grado di capire al di là stesso della mera immagine visiva (sto generalizzando ovviamente).
Tristezza a palate.

Immagine

Probabilmente sono i canoni a cui ci stiamo abituando a non farci percepire al meglio le sensazioni, a volerne di più o di genere diverso.
Siamo esaminatori distratti, scriveva Walter Benjamin, nel 1936.
Speravo in un cambiamento verso qualcosa di positivo, invece, dovrei forse ricredermi?

In compenso, si sta formando al meglio tutto l’entourage per lo shooting del 9 maggio.

A hidden ritual of beauty

Chi conosce Erwin Blumenfeld?

0416dada.4Tra gli amanti e studiosi della fotografia, questo nome apparirà ovvio e scontato.
Se fate una rapida ricerca con google, scoprirete facilmente qualunque dato su di lui, per lo più in lingua inglese.
Durante la mia trasferta a Tokyo, sono andata a vedere il “Tokyo metropolitan museum of Photography”. Se vi capita di trovarvi in Giappone, fateci un salto, merita la visita (anche per lo store, ricco di libri inediti in Italia ed oggetti sul mondo fotografico che desiderete possedere).
Qui ho potuto conoscere, con una personale Erwin.
Ciò che più mi ha colpito della sua personalità, è stato certamente la sua capacità di sperimentare, sempre, quella vena di curiosità che lo spingeva a non conformarsi agli standard che erano approvati dalla società, ma cercando di esprimere sè stesso e il suo estro, che è stata la sua chiave di volta per riuscire ad emergere rispetto a tutti gli altri fotografi dell’epoca.

Direi che il video può introdurre al meglio la figura di questo artista.

Erwin Blumenfeld - New York, 1949In 15 anni Erwin ha inventato la fotografia di moda. E’ entrato nel mondo delle riviste di moda. quando il fashion era ancora visto come illustrazione. Ovviamente non è stato sempre rose e fiori.
Il suo percorso inizia nel 1935, quando diserta la chiamata alle armi per la prima guerra mondiale. Si rifugia ad Amsterdam. Nella sua biografia scrive che tutti gli sconsigliavano di fare il fotografo, ma una pubblicazione per Arts et Mètiers Graphiques a Parigi, gli lancia il segnale, che è meglio cambiare aria.

Il primo anno fu il più duro: aveva moglie e tre bambini piccoli a cui badare. Il mondo della fotografia fashion era un circolo ristretto e chiuso, ma, all’età di 42 anni, firma il suo contratto con Harper’s Bazaar.

 

Poi scoppiò la guerra.

Se vi è venuta anche solo una piccola di curiosità di sapere ciò che avvenne dopo, consiglio la biografia (purtroppo in inglese), Eye to I: the autobiography of a photographer.

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Non so, ma leggendo un po’ le sue vicissitudini, trasportandola ai giorni nostri…mmm…ci sono diversi momenti, molto simili a ciò che stiamo vivendo, chiusura del mercato, circoli chiusi… ad esempio, giusto per citare qualcosa che ho sentito da vicino, mi è stato detto che le assistenti donna in Italia, non sono molto considerate. Nel senso che il loro ruolo è, prevalentemente, scaricare schede di memoria (se ci fosse qualche assistente fotografa che mi smentisca questa diceria, ne sarei grata), almeno che una non sia un “panzer” della corazzata russa, che sappia spostare qualunque cosa.
Oppure, quanti di voi si sono sentiti dire:” No, lascia perdere, non c’è più lavoro in questo campo! Cambia mestiere”.
Quel genere di frasi che ti fanno cadere le braccia. Ah, l’Italia. Un tempo eri il centro dell’Arte, ti invidiavano tutti…ora siamo al penultimo posto per i finanziamenti alla cultura…non divaghiamo.

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Trovo che Erwin (lo chiamo per nome perchè mi sento affine a lui), sia incredibilmente moderno nelle sue scelte. Ad esempio, l’immagine qui a fianco, potrebbe benissimo essere la copertina del prossimo cd di Lady Gaga (ora perderò lettori per questo paragone ardito).
Una capacità, anche di rinnovarsi, e di cercare sempre il mezzo/metodo migliore per esprimere ciò che voleva rappresentare.
Credo ci sia molta da imparare da un fotografo come lui, e che dovrebbe trovare maggiore spazio quando si studia la fotografia di moda e la storia della fotografia (anche se sono vissuti e vivono così tanti talenti, che il tempo non è mai abbastanza).
Chissà, se un giorno, questa personale troverà spazio anche in uno dei nostri musei. Sarà un po’ come un deja vu, incontrare un vecchio amico, che non si è mai conosciuto.
Ripasserei volentieri il mio tempo, dedicando 3 secondi della mia esistenza allo studio ed alla visione di questo grande artista.