La camera chiara

Da qualche giorno ho intrapreso la lettura de La camera chiara, di Barthes, un saggio anonimo in una libreria enorme, un nome che ai più, dice nulla. Copertina grigia, decorata con dei quadrati blu, uno cobalto ed uno nero. All’interno le pagine, stampate su carta lucida, si susseguono con poche immagini. E’ incredibile come questo piccolo volumetto, possa contenere tanti punti su cui riflettere. Mi ha colpito molto l’incipit del libro:

Un giorno, molto tempo fa, mi capitò sottomano una fotografia dell’ultimo fratello di Napoleone, Girolamo (1852). In quel momento, con uno stupore che da allora non ho mai potuto ridurre, mi dissi: “Sto vedendo gli occhi che hanno visto l’imperatore”. A volte mi capitava di parlare di quello stupore, ma siccome nessuno sembrava condividerlo, e neppure comprenderlo (la vita è fatta di piccole solitudini), lo dimenticai”

Inizia così la ricerca di Roland Barthes nei meandri della fotografia, una ricerca ontologica piuttosto che legata alla storia stessa della tecnica fotografica o dei suoi autori. Lo scopo dell’autore è di capire il perchè certe foto suscitano in noi un’emozione, un qualcosa che le rende speciali.
Barthes ci parla della figura dell’operator, cioè colui che sta facendo la fotografia, il cui compito è quello di sorprendere, nel senso di creare uno shock, cogliere l’attimo. Non è forse vero che nelle foto in cui non siamo in posa, gli scatti rubati, siano raffigurazioni del vero? Il fotografo/operator riesce a rivelare ciò che era ben nascosto, anche a noi stessi, di cui non si era consapevoli.
Da qui scaturiscono una serie di sorprese: quella del raro, cioè qualcosa di mai visto (un bambino con la coda, l’uomo con due teste, il numen, ovvero quando viene congelato e riprodotto un movimento nel punto preciso della sua corsa, in cui l’occhio umano non riesce a fissarlo, la prodezza, le sovraimpressioni.
Barthes paragona l’operator ad un acrobata che sfida le leggi del probabile e del possibile.
Un’altra figura è quella dello spectator, ovvero noi tutti che fruiamo, consapevolmente o meno delle immagini. Infine c’è colui che è fotografato lo spectrum.
Altro punto fondamentale della ricerca dell’autore era capire quali immagini provocassero in lui piacere e soprattutto perchè.

[…] constatavo che certune provocavano in me gioie sottili, come se rinviassero a un centro sottaciuto, a un bene erotico o straziante, nascosto dentro di me ( per quanto apparentemente sensato fosse il loro soggetto); e che altre, al contrario mi lasciavano talmente indifferente che a forza di vederle moltiplicarsi, come malerba, provavo nei loro confronti una sorta di avversione, d’irritazione: ci sono dei momenti in cui io detesto la fotografia […]

Barthes consta anche che non amava tutte le foto di un’unico autore.
Giunge ad una soluzione del suo piacere che, personalmente, trovo bellissima: avventura.
In alcune foto avviene questa avventura, in altre no, quella cosa che ci fa fare tilt dentro di noi, che spicca sulle altre immagini. E’ come se la fotografia si animasse e, in questo modo, anima il mio animo, ed è questo che fa ogni avventura.

Koen Wessing – Nicaragua: l’esercito pattuglia le strade, 1979

Nell’immagine di Koen Wessing, la foto esisteva, per la co-presenza di due elementi esterni alla vicenda, che non appartenevano allo stesso contesto: i militari e le suore.

Questo non rendeva la foto migliore né una particolare curiosità. Questa foto esisteva e creava interessamento, lo studium. Grazie allo studium noi ci interessiamo a molte immagini, siano esse testimonianze, che quadri storici. Questo avviene quando sono io ad andare in sua ricerca, ma può accadere anche che dalla scena stessa di un’immagine, come una freccia, io rimanga colpito: il punctum.

Lo studium possiamo notarlo in quelle fotografie di persone per strada, che indossano abiti dell’epoca in cui sono vissute. La fotografia può darmi queste informazioni.

William Klein – 1° maggio a Mosca

Il punctum è, generalmente, un particolare, che possiamo notare solo dopo aver guardato un po’ l’immagine, in silenzio se fosse possibile, in modo tale da poter dialogare con essa.
William Klein fotografò dei bambini in un quartiere italiano di New York: l’immagine è divertente, ma ciò che colpisce l’autore sono i brutti denti dei ragazzi.

William Klein – New York, 1954, il quartiere italiano

La camera chiara è un libro che nasconde molte avventure per capitani che hanno voglia di intraprendere viaggi insoliti dal foro stenopeico della macchina fotografica.

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Dimmi come ti rifletti

La nostra immagine riflessa nasconde e rivela un’io che abitiamo e conosciamo, spettro reale e veritiero della nostra esistenza. L’autoritratto affascina, seduce, cela, mostra, indaga. In una semplice immagine mostriamo noi stessi o ci mimetizziamo con oggetti e suppellettili che raccontano una parte del nostro viaggio.
Nell’autoritratto non vediamo mai il fotografo, che ritrae, ma soltanto la sua raffigurazione, ed essa conferisce sia autorità a se stessa che alla propria arte.

Lotte Jacobi

Lotte Jacobi si ritrae con il pulsante per lo scatto a distanza, cordone ombelicale dal mezzo che le dona vita, ma l’immagine è riflessa allo specchio, pensiero che si ripete duplicandosi.

Germaine Krull

Germaine Krull occulta il proprio viso e il nostro sguardo. Sottolinea che, al centro della sua opera d’arte, è la fotografia, con essa il suo occhio, il suo modo di vedere. L’apperecchio fotografico è esso stesso Germaine Krull, un corpo macchina, fatto di ingranaggi lenti, automatismi, e non la donna fatta di carne.

Diane Arbus

Capita che il corpo stesso entri a far parte del proprio autoritratto. Diane Arbus intreccia il proprio piacere narcisistico ed esibizionista del corpo femminile ad uno sguardo estraneo. Lo specchio non è perfettamente centrale, quasi ad indicare che aldilà di esso c’è dell’altro. La fotografa sceglie di raffigurarsi seguendo il linguaggio iconografico tradizionale: la donna deve piacere ad uno spettatore immaginario. In un’unico scatto la Arbus ricopre tre ruoli: quello dello spettatore, dell’oggetto osservato e della fruitrice che gode del proprio operato.

A volte si parla di mascherata, di messa in scena. Questa espressione era spiegata nel saggio Femminilità come mascherata di Joan Rivière, nel quale si avanzava la tesi che le donne di successo amavano vestirsi in maniera ultrafemminile per prevenire le paure dei loro colleghi maschi, un mascheramento di illusori attributi maschili. Questo concetto possiamo riportarlo anche in fotografia dove vengono seguiti, spesso, stereotipi di abbigliamento specifici (il barbone vestito male, con un cappotto cencioso ed un cappello di lana, quello della vamp con abito succinto e scollatura vertiginosa, ecc), di atteggiamenti gestuali, di posture del corpo. Ecco la mascherata che va in scena. La donna indossa sempre un ruolo, è un mettersi in mostra per essere percepita con un qualche significato riconosciuto dal contesto culturale, ma contemporaneamente è rimanere sconosciute.
Lee Miller si auto rappresenta come oggetto d’uso, imitando con il corpo e la postura le dive del suo tempo. Claude Cahum ci mostra un io truccato da pagliaccio, in duplice presenza.

Claude Cahun

Come dimenticare, infine, che il ritratto classico era considerato un inquietante annunciatore di morte? La fotografia lega a sé l’affermazione del rendere immortale un soggetto, e ribadisce, in ogni istante, che il nostro presente diventa passato. C’è chi come Meret Oppenheim ha condotto all’estremo questo significato, proponendo come autoritratto la radiografia del proprio cranio. Il gesto è ironico. Più si penetra in profondità nell’intimo dell’essere umano, si finisce per trovare soltanto ossa, mentre la verità essenziale della persona ritratta continua a sfuggire. Il cranio è traccia visuale per la Oppenheim: la sagoma dei munili, delle dita scheletriche, trasmettono vitalità.

Meret Oppenheim

E voi, che tipo di autoritratto fareste?