Ritratto di signora

Nel marasma dei fotografi che hanno popolato, cambiato, sensibilizzato, confuso, informato, abbellito il mondo della fotografia, mi ritrovo a parlare della spesso della componente femminile che ha condiviso le stesse emozioni con i suoi colleghi maschi.

Sarà la vicinanza di cromosomi che mi conduce a rivolgere particolare attenzione al mondo delle fotografe ma, andando oltre, oggi vorrei parlare di donne viste dalle donne.

 

Potrei perdermi in un entropico numero di esempio per ogni soggetto che mi/vi viene in mente, ma non voglio essere un compendio o un bignami. Parlo di persone vere, di lavori svolti e se con le mie poche righe vi avrò incuriosito, sarà il vostro animo Ulissiano a condurre ricerche più approfondite al riguardo.

 

Roland Barthes, nella sua opera Camera chiara, ci spiega come il fascino che la fotografia emana consiste su una certezza di base: quello che è stato fotografato esisteva effettivamente nel momento dello scatto, la fotografia documenta una realtà storica. L’immagine attesta un dialogo tra l’esecutore il suo interlocutore. Questo fa nascere in noi emozioni, in questo modo sopravvive anche l’aspetto essenziale del modello, è l’eternarsi di un momento.

 

Questo duplice aspetto dell’immagine è particolarmente presente nel ritratto.

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Nel 1974 Annie Leibovitz fotografa sua madre, Marilyn. La donna, ad una prima visione, appare rilassata, distesa, con una certa dignità, ma andando oltre. Lo sguardo non è rivolto verso la figlia, gli occhi sono volti come ad osservare un tempo passato, vissuto in prima persona, che unisce e separa la genitrice da Annie. La madre ha conosciuto un mondo in cui la figlia non esisteva e, contemporaneamente, un mondo che lei non potrà conoscere

Questa fotografia acquisisce un significato profondo poiché fa riferimento alla realtà, lega il tempo tra le due donne, ma non solo: il volto della madre, ha lineamenti simili a quelli della figlia e questo modo la Leibovitz riscopre le proprie origini, la propria mortalità. Il volto della madre diventa così immortale.

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Nel 1929 Aenne Biermann fotografa sua figlia Helga. Lo sguardo lontano, una penna in mano. La bambina sembra perduta nei propri pensieri.

Ciò che la Biermann ha colto è un attimo sospeso. C’è una leggera tensione nell’immagine che occupa tutta l’inquadratura: il futuro di Helga non è ancora stato deciso, tutto può accadere.

Come nell’immagine della Leibovitz c’è una forte empatia tra soggetto ed esecutore, ma in questo caso, l’emozione trasmessa dagli occhi della bambina ci rivela una certa fragilità. E’ come se fosse stata immortalata l’innocenza e la speranza in Helga.

 

Quando, invece, sono fotografe che ritraggono altre fotografe?

Le esecutrici cercano di trasportare l’aspirazione artistica della collega nel proprio linguaggio visivo, una sorta di citazione e commento tra le due.

Mary Ellen Mark, nel suo ritratto a Diane Arbus, rispecchia in maniera impareggiabile questo atteggiamento. Entrambe erano accomunate dalla documentazione sociale. Nello scatto di Ellen Mark, Diane Arbus sembra uno dei suoi personaggi “disadattati”, emarginati. C’è una sproporzione tra testa e mani, rispetto al corpo, viene esaltata la deformazione. Lo sguardo della Arbus è diretto in camera, così come la donna amava ritrarre i propri soggetti. Il punto di vista cambia: l’intensità dello sguardo del soggetto fotografato è intenso, implicitamente Ellen Mark diventa “modella” di un’immaginaria fotografia della Arbus.

 

Il mondo della fotografia femminile è così eterogeneo e complesso che è impossibile raccogliere anche solo una parte in un post di un blog nel mare di internet. Ogni qualvolta mi ritrovo a leggere biografie, libri, citazioni di fotografe, cerco di immedesimarmi in loro, nella loro situazione sociale, emozionale, nel periodo storico in cui operarono. C’è così tanto da dire, e così poche notizie, mostre, monografie dedicate a chi, in qualche maniera, ha cambiato, sensibilizzato, confuso, informato, abbellito questo mondo.

Continuerò ad esplorare questo anfratto fotografico, e a scrivere di coloro le quali hanno reso una semplice domenica di ottobre un po’ più ricca.

 

 

Letture: Donne viste dalle donne – una storia illustrata delle donne fotografe da Julia Margaret Cameron a Vanessa Beecroft – Edizione Contrasto.

La camera chiara. Nota sulla fotografia – Barthes Roland – Edizione Einaudi

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Il bello della guerra

Quanti hanno partecipato, almeno una volta, ad una mostra fotografica di reportage di guerra?
Quanti aspettano con ansia di vedere i risultati del World Press Photo e quanti ne sfogliano il catalogo nelle librerie?

Bene, se entrate in questa casistica, a che cosa avete pensato osservando immagini di conflitti bellici?

Ascoltando, come un vojeur della critica, le reazioni della gente, troppo spesso ho udito questa terribile affermazione: ” Che bella”.
Premessa: mi riferirò solo ai fruitori delle immagini, non ai repoter.

Che cos’è che rende bella un’immagine dove vediamo persone soffrire, magari in procinto di spirare, gente con arti amputati?
Soffermiamoci solo per un istante sul fotografo che ha immortalato quel momento, che cosa avrà provato?
La guerra in terre lontane, sembra sempre essere qualcosa di irreale, proprio perchè distante fisicamente e mentalmente da noi, ma essa esiste, ed è una realtà drammaticamente presente nella vita di troppi individui. Sembra una tale banalità questo discorso, eppure, trovo che poche persone ci pensino davvero cosa vuol dire vivere sotto assedio.

La bellezza di queste immagini sta nel dolore? Più riescono a scuoterci emotivamente, più esse sono veritiere e belle?

Questo vuol dire che la bellezza è legata al concetto stesso della tragedia?

O queste immagini, sono tecnicamente tanto belle, da sembrare finte, frame tratte da un qualche film?

Troppo abituati alla violenza, saturi di immagini che ci scuotono per la durata di un servizio al telegiornale, per poi tornare a commentare le nuove stupidaggini fatte dal personaggio famoso che mette in mostra il suo corpo e non il suo non-talento.

Vorrei sentire commenti che dicono: “che cosa orribile”, “povera gente”, “terribile” oppure, se devo commentare tecnicamente l’immagine qualcosa del tipo:” che coraggio a stare in quei luoghi”, “chissà come avrà fatto a non avere paura”, ma niente che riguardi la bellezza, perchè nella morte, non ci vedo nessuna opera artistica.

Uno sguardo grottesco con Diane Arbus

“Il bello delle cose è nella mente che le contempla” David Hume

Quando abbracciamo il mondo della fotografia, l’obiettivo di molti fotografi è quello di ottenere una bella immagine, di un bel soggetto, di un bel paesaggio, del bello in generale.

Ma cosa vuol dire davvero fotografare? Secondo Susan Sontag è attribuire importanza.

Non esiste soggetto che non si possa rendere bello, tenendo conto che è inscindibile eliminare valore ai propri soggetti. Valore è qualcosa di soggettivo, ma non esiste un momento più importante di un’altro, né una persona più interessante di un’altra. Il valore è quel qui che noi gli attribuiamo. Un soggetto banale per la maggior parte degli spettatori, può diventare l’apice di interesse per un fotografo/artista che prende coscienza di ciò che ha di fronte, del suo significato e di ciò che vuole esprimere. Ora, dimenticativi di tutti quelli che si spacciano come “artisti” utilizzando cellulari e che fotografano perchè è tanto da hipster in questo periodo, senza avere una base di pensiero dietro lo scatto. Non parlo di nozioni tecniche, non solo, ma di tutto quello stato emozionale e di ricerca che si cela dietro ad uno scatto.

Se poi vogliamo perderci nel concetto di bellezza, dobbiamo percorrere una strada lunga ed affascinante, imbattendoci nel riflesso dell’armonia di tutte le cose, come affermava Aristotele, in tutto ciò che è proporzionato , integro e luminoso, secondo Agostino o attraverso le emozioni come ci spiegherà Goethe.

“Il mondo non è stato creato una volta, ma tutte le volte che è comparso un artista originale” Proust.

Una delle prime pioniere a sfatare il mito della fotografia con bei soggetti è stata Diane Arbus, durante la sua retrospettiva al Museum of Modern Art nel 1972.

Centododici fotografie che rappresentavano un vasto assortimento di mostri, abomini, in pose goffe, buffe, agghindate in maniera bizzarra e ridicola, completamente antiestetici in ambienti lugubri e tristi.

Ciò che la Arbus fece fu quello di denotare una realtà presente in America (e non solo) per elevarla, farla conoscere: l’umanità non è “una”.

Le sue opere non suscitarono, come ci si aspetterebbe, un sentimento di compassione, verso questi relitti umani, al contrario, vennero elogiate per la loro obiettività.

La anormalità, dall’aspetto strano, che tanto attirava Diane, era ed è più normale di chi pretende e rivendica di essere normale. La sofferenza è molto più leggibile nei ritratti dei normali.

I ritratti della fotografa verso questi fenomeni da baraccone, sono volutamente enfatizzati, poiché Arbus voleva che i suoi soggetti fossero consapevoli dell’atto a cui partecipavano, incoraggiandoli ad essere goffi, ad interpretare loro stessi, senza cadere nella parodia.

I protagonisti dei ritratti non sembrano accorgersi di essere brutti. L’accento non va posto sul loro aspetto fisico, ma sulla loro indifferenza.

Diane Arbus non giudica l’esistenza, il trascorrere dei giorni dei suoi soggetti, si limita a visitare le loro vite, è una visione esterna. L’opera di Arbus rappresenta una forte critica verso tutto ciò era pubblico, convenzionale, sicuro, a favore di ciò che era privato, segreto, brutto e affascinante.

Pensare a questi contrasti oggi ci sembra assurdo, ma per l’epoca in cui operò la fotografa, non lo era.

“Una fotografia è un segreto che parla di un segreto. Più essa racconta, meno è possibile conoscere” Diane Arbus

 

Letture: Sulla fotografia – realtà e immagine nella nostra società, di Susan Sontag, ed. Piccola Biblioteca Einaudi.

Annemarie Schwarzenbach – Fascino androgino di una vita al confine

Effettivamente in quanto donna, non ho un paese. In quanto donna, non voglio un paese, in quanto donna il mio paese è il mondo intero.

Virginia Woolf

Dimentichiamoci dei dandy come Oscar Wilde, di Charles Baudelaire, di uomini a cavallo tra fine ottocento ed inizio novecento. Il nuovo secolo vede emergere una nuova ed intrigante figura all’orizzonte, una trasformazione da ciò a cui il mondo era abituato. Il dandy rinasce e si reincarna in figure femminili forti, androgine, che si vogliono imporre sulla scena sociale. E’ un epoca di enormi cambiamenti, di radicali trasformazioni in ambito sociale, politico e culturale per la donna, con la sua richiesta di emancipazione. E’ proprio tra le due guerre mondiali che il dandy maschile va, via via affievolendosi, per lasciare spazio ad una nuova identità che attinge elementi dal suo passato dandistico, ma anche creandone di inedite. Nasce così la femme performer, affascinata dai giochi di genere, dalla industrializzazione dai fenomeni di massa. La fotografia diventa il mezzo per comunicare con il mondo, con ritratti di donne intente ad adoperarsi in azioni che sono state legate da secoli alla figura maschile. La moda aiuta questa emancipazione: ecco ora il look alla maschietta, uno stile unisex, un linguaggio visivo che segnava la liberazione dai canoni classici della donna come angelo del focolare.

La femme moderne è una donna vincente, anche il cinema vuole sottolineare questo aspetto, si pensi solo a Marlene Dietrich in Morocco, o Greta Garbo nella Regina Cristina.

La lista non si limita al mondo dello spettacolo, ma anche alla scrittura, al giornalismo, alle arti in generale.

Ed è in questo clima che percorre la sua vita Annemarie Schwarzenbach.

Nasce a Zurigo il 23 maggio 1908. Figlia di una famiglia benestante, vive un’infanzia ed un’adolescenza segnata dalla presenza possessiva ed ingombrante della madre, con la quale vivrà sempre un rapporto di amore e repulsione. La sua salute è cagionevole, ma questo non le impedì di sviluppare una forte personalità.

Ama la scrittura, che trasformerà in un lavoro diventando giornalista per diverse testate.

La sua presenza in società è carismatica, forte, un fascino ambiguo. Marianne Breslauer, fotografa, ne parla così:

Mi fece allora lo stesso effetto che faceva a tutti: uno strano miscuglio di uomo e di donna […] non un essere vivente, ma un’opera d’arte.

Dopo la scrittura c’è la fotografia, con una duplice funzionalità: fermare su pellicola immagini di luoghi lontani per accompagnare visivamente i suoi viaggi al confine del mondo e dall’altro servirà agli altri a catturare il suo volto.

La sua instabilità emotiva ed esistenziale, la porteranno ad abbandonare la neutrale Svizzera, per spingersi verso terre lontane, bisognose di essere raccontare, di essere vissute. Viaggia attraverso l’Asia, l’America, l’Africa. Si muove non solo a scopo giornalistico, ma è anche una fuga da se stessa, dalle droghe che creano in lei sempre una maggiore dipendenza.

Con la fotografa Barbara Wright parte per gli Stati Uniti per realizzare un reportage sociale, dopo la crisi del 1929 e il New Deal, nelle regioni più arretrate del paese.
Fotografa la condizione dei braccianti del sud, il razzismo, lo sfruttamento del lavoro minorile le condizioni disumane di lavoro degli operai. Annemarie, quando fotografa, sceglie di stare ad una distanza abbastanza ravvicinata dal soggetto e con un punto di vista ribassato, cerca, al tempo stesso di entrare in contatto diretto con il soggetto di fronte a sé, ma anche di farle emergere, donando a loro una certa fermezza, un loro io personale.

Una foto può dirsi riuscita solo se il contenuto si “impone immediatamente” all’osservatore.

L’entusiasmo di essere a New York, cede presto il passo ad un rifiuto verso la città, emblema stesso dell’isolamento dell’uomo, della propria solitudine. E’ questo anche il periodo del suo stadio estremo d’instabilità e depressione, infatti tra il 1938 e il 1939, trascorrerà molto tempo all’interno di cliniche specialistiche.

Ma la sua voglia di raccontare, di ricercare, di comprendere è sempre più viva.

Passerà un breve periodo in Cecoslovacchia come fotogiornalista professionista, dove assisterà ai prodromi della guerra mondiale.
Lascerà l’Europa con Ella Maillart nel giugno del 1939 a bordo di una Ford Roadster, per intraprendere un viaggio verso l’Afghanistan fino all’India. Il viaggio è finanziato da un’importante rete di agenzie giornalistiche e riviste che scommettono sull’avventura delle due donne.

E’ un viaggio non privo di difficoltà, ma anche di grande creatività, spunti su cui riflettere, come, ad esempio, l’articolo Le donne di Kabul, dove Annemarie si interroga sulla condizione della donna di Afghanistan.

Ma anche questo viaggio volge al termine, per portare la donna un’ultima volta negli Stati Uniti e poi toccare il Congo Belga.

Paradossalmente alla sua vita avventura, troverà la morte in un banale incidente in bicicletta, che mina la sua salute già cagionevole, che la porterà alla fine il 15 novembre 1942.

Annamarie Schwarzenbach è stata simbolo di un periodo storico, fatto di intrecci politici, culturali e sociali, ma anche di una vita tormentata, fatta di paure, ansie dubbi, infelicità e successo, alla ricerca di un po’ di felicità.

Letture: “Moderne icone di moda – la costruzione fotografica del mito”  di Federica Muzzarelli – Ed. Einaudi