La metempsicosi, ma è brutta!

Cosa provate quando osservate un’immagine che vi piace?

Prendete una rivista e cominciate a lasciare scivolare le sue pagine fra le vostre dita. Guardatela anche velocemente, sarà il vostro occhio a dirvi quando fermarvi.

ImmagineMi auguro che, una fotografia come questa, possa scuotere il vostro animo. Per chi se lo fosse perso, sono scatti di Annie (oh my god ti adoro) Leibovitz per il film “Les Miserables”.
Proprio con quest’immagine, sono entrata in brusco contatto, con la percezione dei giovani.
E’ stato un momento molto brutto e scadente, uno di quelli che non vorresti vivere, nè leggere, nè credere che sia successo veramente.
Girovagando nei meandri  di facebook, un’amica in comune, condivide, giustamente sdegnata, il commento di una ragazza su Fantine.
La giovane era sconcertata, per usare il termine corretto, del fatto che avessero reso così brutta l’attrice, tutta storta, ma, principalmente, che l’immagine era brutta.
Partendo dal fatto che lei non era conscia di riferirsi direttamente all’immagine, ma come è possibile un’asserzione del genere?!
Tralasciamo che il soggetto, non aveva in mente nè la storia, nè la storia dell’arte (sospetto un richiamo ad Ingres), se no avrebbe capito il perchè della posa, della luce e del personaggio.
L’emozione che ha provato guardando l’immagine è stata “brutta”…avrei capito disperata, patetica, triste, rassegnata, ma brutta o__o
Sono rimasta basita dal fatto che il nostro occhio, che dovrebbe essere abituato a belle immagini, non lo sia, o non sia in grado di capire al di là stesso della mera immagine visiva (sto generalizzando ovviamente).
Tristezza a palate.

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Probabilmente sono i canoni a cui ci stiamo abituando a non farci percepire al meglio le sensazioni, a volerne di più o di genere diverso.
Siamo esaminatori distratti, scriveva Walter Benjamin, nel 1936.
Speravo in un cambiamento verso qualcosa di positivo, invece, dovrei forse ricredermi?

In compenso, si sta formando al meglio tutto l’entourage per lo shooting del 9 maggio.

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A hidden ritual of beauty

Chi conosce Erwin Blumenfeld?

0416dada.4Tra gli amanti e studiosi della fotografia, questo nome apparirà ovvio e scontato.
Se fate una rapida ricerca con google, scoprirete facilmente qualunque dato su di lui, per lo più in lingua inglese.
Durante la mia trasferta a Tokyo, sono andata a vedere il “Tokyo metropolitan museum of Photography”. Se vi capita di trovarvi in Giappone, fateci un salto, merita la visita (anche per lo store, ricco di libri inediti in Italia ed oggetti sul mondo fotografico che desiderete possedere).
Qui ho potuto conoscere, con una personale Erwin.
Ciò che più mi ha colpito della sua personalità, è stato certamente la sua capacità di sperimentare, sempre, quella vena di curiosità che lo spingeva a non conformarsi agli standard che erano approvati dalla società, ma cercando di esprimere sè stesso e il suo estro, che è stata la sua chiave di volta per riuscire ad emergere rispetto a tutti gli altri fotografi dell’epoca.

Direi che il video può introdurre al meglio la figura di questo artista.

Erwin Blumenfeld - New York, 1949In 15 anni Erwin ha inventato la fotografia di moda. E’ entrato nel mondo delle riviste di moda. quando il fashion era ancora visto come illustrazione. Ovviamente non è stato sempre rose e fiori.
Il suo percorso inizia nel 1935, quando diserta la chiamata alle armi per la prima guerra mondiale. Si rifugia ad Amsterdam. Nella sua biografia scrive che tutti gli sconsigliavano di fare il fotografo, ma una pubblicazione per Arts et Mètiers Graphiques a Parigi, gli lancia il segnale, che è meglio cambiare aria.

Il primo anno fu il più duro: aveva moglie e tre bambini piccoli a cui badare. Il mondo della fotografia fashion era un circolo ristretto e chiuso, ma, all’età di 42 anni, firma il suo contratto con Harper’s Bazaar.

 

Poi scoppiò la guerra.

Se vi è venuta anche solo una piccola di curiosità di sapere ciò che avvenne dopo, consiglio la biografia (purtroppo in inglese), Eye to I: the autobiography of a photographer.

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Non so, ma leggendo un po’ le sue vicissitudini, trasportandola ai giorni nostri…mmm…ci sono diversi momenti, molto simili a ciò che stiamo vivendo, chiusura del mercato, circoli chiusi… ad esempio, giusto per citare qualcosa che ho sentito da vicino, mi è stato detto che le assistenti donna in Italia, non sono molto considerate. Nel senso che il loro ruolo è, prevalentemente, scaricare schede di memoria (se ci fosse qualche assistente fotografa che mi smentisca questa diceria, ne sarei grata), almeno che una non sia un “panzer” della corazzata russa, che sappia spostare qualunque cosa.
Oppure, quanti di voi si sono sentiti dire:” No, lascia perdere, non c’è più lavoro in questo campo! Cambia mestiere”.
Quel genere di frasi che ti fanno cadere le braccia. Ah, l’Italia. Un tempo eri il centro dell’Arte, ti invidiavano tutti…ora siamo al penultimo posto per i finanziamenti alla cultura…non divaghiamo.

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Trovo che Erwin (lo chiamo per nome perchè mi sento affine a lui), sia incredibilmente moderno nelle sue scelte. Ad esempio, l’immagine qui a fianco, potrebbe benissimo essere la copertina del prossimo cd di Lady Gaga (ora perderò lettori per questo paragone ardito).
Una capacità, anche di rinnovarsi, e di cercare sempre il mezzo/metodo migliore per esprimere ciò che voleva rappresentare.
Credo ci sia molta da imparare da un fotografo come lui, e che dovrebbe trovare maggiore spazio quando si studia la fotografia di moda e la storia della fotografia (anche se sono vissuti e vivono così tanti talenti, che il tempo non è mai abbastanza).
Chissà, se un giorno, questa personale troverà spazio anche in uno dei nostri musei. Sarà un po’ come un deja vu, incontrare un vecchio amico, che non si è mai conosciuto.
Ripasserei volentieri il mio tempo, dedicando 3 secondi della mia esistenza allo studio ed alla visione di questo grande artista.


Piove sulle tamerici, il reportage.

Mi sono ritrovata in una biblioteca, senza sapere bene cosa cercare.

I troppi input mi confondevano il cervello, passando dalla sezione “storia” a quella di “medicina”, per non parlare dei “viaggi”, antro del male, visto che vorrei sempre partire per qualche nuova meta.

ImmagineMi sono ritrovata a sfogliare un volume sul giornalismo, “Professione giornalista – tecniche regole di un mestiere”, scritto da Alberto Papuzzi, edizioni Manuali Donzelli.
Passando in rassegna l’indice, ho notato il capitolo “Notizie e immagini”, dove si parlava del rapporto fotografico con la carta stampata e del mondo del reportage in generale.
Ho scoperto molte notizie interessanti, come ad esempio una certa Margaret Bourke White, fece per il Life, quello che è stato considerato il primo reportage americano. La donna si mosse a New Deal, una città del Montana, oggi scomparsa, e fotografò con occhio oggettivo, i suoi abitanti e le sue costruzioni. Se non fosse per le sue foto, oggi non sapremmo dell’esistenza della cittadina di New Deal.

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Molto diverso l’approccio di Eugene Smith, con il suo lavoro “Country Doctor”. Il fotografo divenne una vera e propria ombra del medico, seguendolo in ogni luogo, conoscendo i suoi pazienti. Il suo scopo era quello di creare una rete di relazioni tra le immagini (quella che poi si ricerca anche nei portfolio).

Il taglio è molto più cinematografico e soggettivo.

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Da qui la grande e sempre aperta diatriba: reportage oggettivo o soggettivo?
Citerei Susan Sontag, per descrivere la mia posizione:

Fotografare significa appropriarsi della cosa che si fotografa. Significa stabilire con il mondo una relazione particolare, che dà una sensazione di conoscenza, e quindi di potere.

Il libro continuava con il caso di Robert Capa Morte di un miliziano lealista, famoso scatto di un miliziano che, colpito, sta cadendo al suolo (ora in mostra nella personale del fotografo a Torino, a Palazzo Reale).
ImmagineL’immagine è ambigua, in quanto non contiene documentazione del fatto fotografato, non ci sono riferimenti geografici o cronistici. Non esistono certificazioni di dove e come l’immagine sia stata scattata. Si dice che Capa si trovasse dentro una trincea sul campo di battaglia, ed ogni qual volta i miliziani tentavano l’attacco, colpi di mitraglia frenavano la loro avanzata. Il fotografo alzò la macchina fotografica proprio in uno di questi momenti. Un caso fortuito, forse, fatto sta che questa immagine è una delle più celebri (oltre a quello dello sbarco in Normandia criticata perchè “troppo mossa”…)

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Yakisoba Josei – Hiroshima Station – Hiroshima © Giulia Hepburn

La mia visione di reportage non è certamente a questi alti livelli, anzi, non sono il tipo che si butta in mezzo, scansa le persone e rotola sul pavimento. No. Non sarei mai in grado di fare reportage di guerra, rimarrei traumatizzata dalle sofferenze, ed una macchina fotografica non mi aiuterebbe a salvare le persone (momento da eroina dei fumetti).
Il tipo di reportage che seguo è più intimistico, volto alle azioni “normali”.
Compiamo una moltitudine di gesti ogni giorno, abitudinari, di routine, che non c’è ne accorgiamo neanche più. Eppure, in certi gesti, c’è così tanto da dire, da raccontare: il modo in cui si tiene una tazzina del caffè, come si aspetta l’autobus alla fermata, il modo con cui diamo i soldi al cassiere.

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Kodomo Lolita – Harajuku – Tokyo © Giulia Hepburn

Non amo molto interferire nello svolgimento delle attività quotidiane delle persone, soprattutto perchè perderei la spontaneità del gesto della persona che sto fotografando. Il mio potrà essere scambiato come un gesto di timidezza, probabilmente c’è anche questa componente, ma ho provato ad immaginare me stessa, se mi accorgessi che qualcuno mi sta fotografando. Sarei un po’ costernata, non capendo il perchè, quindi diventerei un pezzo di marmo, o cambierei strada, per depistarlo XD
Quando giro per le città in cerca di attimi, mi tengo ad una certa distanza, cercando di non interferire nello spazio creato dall’altra persona, che così vive nella propria intimità.
Mi sento tanto un vojeur o Hopper, per sentirsi molto fighi nel citarlo.

Per altre mie foto dalla terra del sol levante, cercatele su Vogue

Nuovo inizio – Big Bang

Inizia una nuova avventura nel mondo del cyberspazio.

Scrivere, nuovamente, un blog, è per me una sfida.

Era da mesi che ci pensavo a tenere uno spazio nel mondo di internet per far conoscere il mio lavoro, le mie fonti d’ispirazioni, i commenti alle mostre, e tutto ciò che è inerente alla fotografia.

Perchè è di questo che voglio trattare, vivere e sognare.

Ed ora le presentazioni ufficiali in terza persona, che fanno un po’ snob, ma sono belle da scrivere.

Giulia, nasce nel mitico anno 1987, in quel di febbraio, sotto il segno dell’acquario. Le vicissitudini scolastiche la portano ad intraprendere l’Accademia di Belle Arti, dove entra in contatto con la fotografia.

Non era la sua materia preferita, anzi, trovava il tutto molto complicato. Scriveva i suoi appunti su un quaderno ad anelli con un pinguino in copertina.

L’esame consisteva nello studiare tutta la tecnica, ed applicarsi nella realizzazione di scatti fotografici a pellicola.

Usa una minolta ed una pellicola in bianco e nero.

L’esercizio le piace, e la porta a pensare che a lei, la fotografia, piaceva da sempre. E’ stata un’agnizione, una presa di coscienza.

Seguiva, dai tempi del liceo, Annie Leibovitz, ama osservare le immagini filmiche, analizzarle, immagina i propri film, i propri ciak.

Passa l’esame, presentando scatti di una modella, e ricerca sulla figura umana.

Sceglie il cognome Hepburn, per omaggiare una grande donna, non solo attrice, ma anche impegnata in cause umanitarie, un po’ come sottolineare che sotto l’apparenza si trova l’essenza vera della materia.

Questa è come tutto è iniziato.

Dalla mia prima minolta, sono passata ad una Nikon d90, regalatomi durante un Natale. Lessi il manuale durante la notte, facendo prove per capire tutte le funzioni.

Successivamente è stata la volta della Nikon d7000, ed ora di una Canon Eos Mark III, il grande salto.

Durante questi anni ho conosciuto un sacco di persone legate al mondo della fotografia, che mi hanno insegnato, influenzato, dato forza e massacrata.

Ho ricevuto parole buone, alcune ottime, ed altre che hanno smosso il mio animo e costretto/aiutato a capire/vedere ciò che non funzionava.

Momento pubblicità, linkando il mio video-portfolio.

Ma ora basta parlare di me in maniera così intima, passiamo all’ispirazione!

Sto preparando due grossi servizi fotografici, che andranno a condire il mio portfolio  da presentare ad un “essere” che amo e stimo da anni, di cui non dirò il nome, perchè sono sadica verso i lettori XD Questo per dire che sto costruendo elementi di scena *_* Vorrei che le immagini che scatterò risultino essere uscite da una fiaba/sogno/immaginazione, chiamatala come volete. Così mi sono messa a fare un po’ di ricerche in giro, soprattutto per quanto riguarda copri capi.

Il tutto è nato osservando il trailer de “The Lion king”, il musical, dove la scelta scenografica per riproporre gli animali della savana è al dir poco geniale. La ripresa delle maschere tradizionali africane è stupenda e, forse, tenterò, aiutata da Storm Neverland, nella realizzazione di una di esse!!!

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Partendo da questo musical, mi sono messa a cercare anche quelli su “La sirenetta”, dove troviamo un Ursula giunonica con un costume da sbavo, “Aladdin”, “Wicked” e “Love never dies”, il seguito de “Il fantasma dell’opera”.

Chi non sogna di vestirsi da pavone gigante? Suggerisco anche la visione del trailer per quest’ultimo!

Continuando nella mia ricerca di copri capi e vestiti irresistibili, sono giunta a scoprire queste due personalità: Miss G design, Agnieszka Osipa.

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Mi sembra impossibile rimanere indifferente…

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Alla luce e scoperta di queste meraviglie visive, mi sono detta che anch’io, forse, potrei iniziare a produrre qualcosa del genere per i miei scatti…quindi ho adibito il mio tavolino esterno e mi sto dedicando alla costruzione di elmi e suppellettili per i capelli…presto i nuovi aggiornamenti se mi sono bruciata con la colla a caldo oppure tagliata con un taglierino arrugginito…